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Truth – Il prezzo della verità. Cinema d’inchiesta che non si scompone

Recensione di Truth - Il prezzo della verità, con Cate Blanchett e Robert Redford. Dopo Spotlight, Hollywood riscopre il cinema d'inchiesta: l'esordio alla regia dello sceneggiatore di Zodiac racconta il primo fallimento del giornalismo degli anni 2000
_omissis_ on 28/03/2016 - 12:38 in Cinema, Cultura

Recensione di Truth – Il prezzo della verità, con Cate Blanchett e Robert Redford. Dopo Spotlight, Hollywood riscopre il cinema d’inchiesta: l’esordio alla regia dello sceneggiatore di Zodiac racconta il primo fallimento del giornalismo degli anni 2000. 

Truth-Locandina

di Giulia Marras*

L’esordio alla regia di James Vanderbilt, già sceneggiatore di Zodiac e The Amazing Spiderman, si posiziona sulla scia di Spotlight, fresco di Oscar come miglior film del 2015, come recupero di un certo filone della New Hollywood di aspirazione civile e d’inchiesta, decostruendo l’indagine giornalistica in quanto metodo di ricerca per quella “verità” che dà il titolo alla pellicola. Tratto dall’auto-biografia “Truth and Duty: The Press, the President, and the Privilege of Power” della (ex) giornalista della CBS Mary Mapes (premio Peabody per l’inchiesta sulle torture dell’esercito statunitense inflitte ai prigionieri ad Abu Ghrai, Iraq) qui interpretata dalla sempre eccelsa Blanchett, Truth persegue lo scoop affossato, accusato, distorto, manipolato dalle mani invisibili del potere sull’informazione sul caso noto come Rathergate sulla controversia del sospetto arruolamento nella Guardia Nazionale (e mancato servizio) dell’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush (allora, nel 2004, in campagna elettorale contro John Kerry) per evitare il temuto Vietnam.

Con il traino importante di Robert Redford, già “uomo del Presidente” nello storico film di Pakula del ’76, Truth adotta abilmente, ma non supera, l’impostazione classica già rivista in Spotlight: la composizione di un gruppo di lavoro affiatato ma variegato di personalità (alcune non troppo riuscite in questo caso, come i personaggi di Dennis Quaid o Elisabeth Moss), lo scontro con i superiori e il conflitto tra la sfera privata e quella professionale. Ma in più Truth si riserva il merito di inquadrare un momento storico cruciale per la storia del giornalismo nel passaggio dai media tradizionali che fino a un decennio fa o poco più ne veicolavano primariamente il messaggio – quindi la televisione, l’editoria cartacea – ai cosiddetti nuovi media digitali, ovvero Internet e suoi molteplici microcanali che accumulano, stratificano e già interpretano l’informazione. Dalla reazione dei blog alla ferocia dei commenti senza volto al ritocco dei documenti senza fonte e dalle copie infinite. La perdita dell’informazione, sia binaria che reale, emerge in Truth come una delle conseguenze disastrose dell’epoca della riproducibilità tecnica, così la verità giace indistinta, tra i complottismi e le prevaricazioni, irrecuperabile come il finale amaro della vicenda di Mapes e dell’anchor man Dan Rather, per sempre epurati dal mestiere.

Se in superficie la sceneggiatura di Vanderbilt ci parla neanche troppo brillantemente degli abusi di potere e della sconfitta ricorrente (ma non assoluta, per fortuna) di chi li smaschera mentre la regia sterile ne accompagna convenzionalmente e passivamente la parabola discendente, in profondità insinua il dubbio vitale sulla veridicità di ciò che ci viene raccontato attraverso i media, compreso il cinema, nonostante Truth prenda una posizione abbastanza netta; ci ricorda in ultimo della necessità di mettere in discussione verità già predisposte, ma anche della possibilità di contestarle senza puntare il dito, senza condannare, senza sbraitare come sempre più spesso succede nei tribunali virtuali, con il rischio infine di dimenticarsi il perché.

*FareFilm

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