/ Diritti / Thailandia. La tratta di esseri umani. Cacciatori sulle orme dei trafficanti

Thailandia. La tratta di esseri umani. Cacciatori sulle orme dei trafficanti

Una brigata di volontari, formati e animati da un funzionario thailandese, dedicano la loro vita a cercare le vittime della tratta di esseri umani che, proveniente perlopiù da Birmania e Bangladesh, vengono sequestrate in campi temporanei in Thailandia.
_omissis_ on 16/04/2015 - 17:24 in Diritti

di Mónica G. Prieto*

Grosse gocce di sudore scendono sul volto teso di Kompat Sompaorat mentre attraversa la giungla, brandendo un fucile d’assalto. Disciplinato, scivola in movimenti lenti per non far rumore. I suoi stivali lo fanno procedere silenzioso, anche se il suo corpo è rivestito da un pesante corpetto antiproiettile, oltre alla divisa che lo fa sembrare un agente delle Forze Speciali. A pochi metri di distanza, il suo capo Cherdchai Papattamayutanon emette un debole fischio che una dozzina di volontari interpreta come l’ordine a fermarsi. L’udito è l’unico mezzo in grado di rilevare il movimento e riuscire così a trovare potenziali vittime della tratta di esseri umani, che i trafficanti spesso nascondono in questi paesaggi lussureggianti nel sud-est della Thailandia, pista preferita dai contrabbandieri di corpi, che ingannano rifugiati o lavoratori con promesse di un futuro migliore prima di rapirli, sempre che non li uccidano in campi di lavoro.

Pattuglia di volontari nella palude. Sull'uniforme si legge la parola ‘amministrazione’. (M. G. P.)

Pattuglia di volontari nella palude. Sull’uniforme si legge la parola ‘amministrazione’. (M. G. P.)

Cherdchai e Kompat sembrano parte di una forza d’élite. Ma la realtà non potrebbe essere più lontana. Il primo è un vecchio contadino, il secondo un funzionario municipale che, come gli altri volontari, si paga benzina, acqua e cibo di tasca propria per andare di pattuglia, quasi ogni giorno, negli angoli più segreti della foresta e nelle paludi, con la speranza di salvare vite umane. Cercano tracce che resterebbero impercettibili ai più: foglie di palma spremute per ricavarne acqua, resti di abiti, bottiglie vuote o bucce di ananas e resti di noci di cocco, segni che hanno lasciato dietro di sé piccoli gruppi di disperati. A volte arrivano tardi, come quando rilevarono un campo temporaneo sorto nei pressi del villaggio di Ban Bang Yai, in cui le scarpe di un bambino e l’immondizia ne avevano rivelato la presenza umna. “I trafficanti portano via tutto quello che hanno: soldi, passaporto, oggetti … Dopo inizia estorsione”, spiega Cherdchai. Si riferisce al riscatto richiesto alle loro famiglie: se non riescono a raccogliere una somma di denaro sufficiente, che di solito si aggira sui 2000 dollari, il congiunto sarà ucciso.

Checkpoint dei volontari sulla strada (Mónica G. Prieto).

Checkpoint dei volontari sulla strada (Mónica G. Prieto).

Così si chiude così il viaggio per migliaia di rifugiati rohingya e lavoratori provenienti dal Bangladesh che prendono il mare in cerca di una vita migliore in Malesia, finendo invece travolti dall’industria della tratta di esseri umani, che erode la Thailandia. Molte delle persone sequestrate finiscono per essere vendute come schiave. Prima di arrivare a destino, a metà del tragitto per il quale già pagano grandi quantità di denaro, i loro barconi vengono spinti verso la costa thailandese, dove saranno collocati in campi temporanei nella giungla, derubati e di nuovo rapiti per richiederne un riscatto. Dopo aver ricevuto la richiesta, i parenti in difficoltà, di solito ci mettono un po’ a raccogliere il denaro necessario e consegnarlo a una persona designata per l’operazione. Se tutto va bene, le vittime dei trafficanti vengono rilasciate e viene concesso loro di continuare il viaggio: in caso contrario, potrebbero trascorrere mesi nei campi, ma anche essere vendute e ritrovarsi su pescherecci per la pesca d’altura, ma più semplicemente essere uccise. Per i guardiani dei campi, coperti dalla impunità, l’abuso sessuale è una pratica comune.

Uno dei volontari nella giungla (Mónica G. Prieto).

Uno dei volontari nella giungla (Mónica G. Prieto).

“Ci sono pezzi grossi dietro a questo settore; in realtà possiamo fare molto poco”, ammette Kompat con un gesto desolato, mentre torna alla sua auto a mani vuote. Nonostante si sia prefisso un compito arduo, la brigata di comuni civili sta cercando di combattere il traffico di esseri umani sta raccogliendo qualche successo. Il giovane Raikham, di 20 anni, e i suoi otto amici che lo circondano, in un rifugio per immigrati ne sono l’esempio vivente. I volontari hanno trovato il gruppo con altre 52 persone in mezzo alla giungla, a metà ottobre, in un cattivo stato di salute e in punto di disidratazione. La maggior parte di essi, proprio come questo ragazzo del Bangladesh, era stata rapita e segregata in un campo temporaneo, in attesa di essere venduti alle navi da pesca come moderni schiavi.

Raikham, al centro con la maglietta arancione, attorniato dagli altri sequestrati dai trafficanti (Mónica G. Prieto).

Raikham, al centro con la maglietta arancione, attorniato dagli altri sequestrati dai trafficanti (Mónica G. Prieto).

Raikham, uno studente, era stato portato via dalla sua nativa Chittagong: un giorno si è avvicinato un presunto datore di lavoro offrendogli un posto di venditore di gelati. Il giovane, desideroso di aiutare la famiglia, ha accettato. Ma la notte il presunto datore di lavoro si è presentato a casa sua con due uomini armati di coltelli e una pistola, lo ha ammanettato, gli ha messo un sacco sulla testa e il ragazzo si è ritrovato su una barca su cui ha trascorso un mese in condizioni disumane. “Chiunque si lamentasse, veniva picchiato” dice. Troppe storie raccontano di corpi gettati in mare come esempio per il resto dei malcapitati.

Sandali di rifugiati che rivelano la presenza de un gruppo di vittime in un campo temporaneo (Mónica G. Prieto).

Sandali di rifugiati che rivelano la presenza de un gruppo di vittime in un campo temporaneo (Mónica G. Prieto).

“Volevano vendermi come schiavo a un pescatore” spiega oggi in un inglese incerto nel rifugio di Phang Nga, in una provincia dalla bellezza mozzafiato a nord della turistica Phuket. “Il giorno dopo mi sono reso conto della situazione. Stavo con altri 300 uomini tra i 15 e i 50 anni, la maggior parte di essi pure rapiti. Perlopiù provenivano dal Bangladesh ma vi erano anche rohingya” dice, riferendosi alla minoranza musulmana considerata la più perseguitata nel mondo, una comunità la cui identità è negata dalle autorità e ripudiata all’interno dei suoi confini, sempre più esposta alla repressione. “Ci davano un pasto al giorno e un bicchiere d’acqua, con il quale ci avvelenavano“. Questo, dice il giovane, spiega la sonnolenza che li rendeva intorpiditi e senza forze per opporre resistenza. Le vittime finirono sulla costa thailandese in attesa che si trovassero ‘acquirenti’. Ma mentre aspettavano sono stati intercettati dalla brigata di cacciatori di trafficanti. I sette rapitori sono riusciti a fuggire prima di essere arrestati, ma lo stesso, la fine di questa tratta ha segnato una pietra miliare nella storia nera del traffico di esseri umani in Thailandia: per la prima volta le autorità hanno dovuto considerare le vittime come merce umana, e non immigrati clandestini.

Uno dei volontari ispeziona un camion al checkpoint, alla ricerca di persone vittime della tratta (Mónica G. Prieto).

Uno dei volontari ispeziona un camion al checkpoint, alla ricerca di persone vittime della tratta (Mónica G. Prieto).

È l’errore − molto probabilmente cosciente – nel quale sono cadute da sempre le autorità thailandesi. Negano l’entità del problema del traffico di esseri umani ma denunciano l’afflusso massiccio di immigrati illegali, i quali in ogni caso, non arrivano in Thailandia per restarvi. Nella relazione sul traffico stilata lo scorso anno, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha declassato la Thailandia alla categoria Tier 3, riservata ai paesi che non soddisfano i requisiti minimi per combattere il traffico di esseri umani. Secondo il rapporto, in Thailandia transitano verso la Malesia o vi finiscono come destinazione finale, donne e bambini che provengono da Birmania, Cambogia, Laos, Cina, Vietnam, Russia e Uzbekistan, vittime di traffici per lo sfruttamento sessuale. Un traffico che prospera a pochi chilometri da località a cinque stelle, dove i turisti occidentali consumano la loro vacanza, e si nutrono di varie forme di industria del tempo libero locale. Ma anche molto vicino dai pescherecci in cui la schiavitù di esseri umani serve alla pesca del prodotto ittico che finirà a buon mercato in Occidente.

Manit Pleantong nel suo ufficio (Mónica G. Prieto).

Manit Pleantong nel suo ufficio (Mónica G. Prieto).

 Raikham e i suoi amici si preparano ad essere rimpatriati in Bangladesh una volta espletati le procedure di legge; la maggior parte sogna di raggiungere la Malesia, un paese musulmano, dove molti bengalesi e rohingya hanno familiari o conoscenti. “Per anni ho pensato che tutto il problema stava nell’immigrazione clandestina” ricorda il capo del distretto di Takua Pa e funzionario del ministero dell’Interno. In vent’anni di lavoro, solo dal 2009 ha cominciato a sentire “storie di traffico di esseri umani. Nel 2010, 800 Rohingya vennero arrestati e partecipai agli interrogatori. Solo allora scoprii che erano loro le vittime della tratta di esseri umani“.

Manit ha iniziato a studiare il fenomeno in profondità, scontrandosi con l’assoluta negligenza nei superiori del ministero dell’Interno, gli stessi che con un ordine scritto gli intimavano di cessare i contatti con la stampa vietandogli di rilasciare interviste. Nel 2014, a fronte del disinteresse di Bangkok, Pleantong ha dato vita alla brigata di volontari che oggi pattugliano la giungla e le paludi di Takua Pa. Degli otto distretti della provincia di Phang Nga, questo presenta una sua particolarità: è composto da una miriade di piccole isole e peculiarità geografiche che, al nord, favoriscono attività clandestine. Questo è anche uno dei motivi per cui il numero di volontari −150 divisi in quattro gruppi, che svolgono turni di sei ore − è chiaramente insufficiente.

Checkpoint sulla strada che unisce Takua Pa a Khura Buri (Mónica G. Prieto).

Checkpoint sulla strada che unisce Takua Pa a Khura Buri (Mónica G. Prieto).

“La polizia ha già il suo da fare, e il traffico di esseri umani è una realtà che va oltre le sue possibilità”, continua Manit. Lo scorso novembre, ha installato un posto di blocco in seno a un’operazione volta alla ricerca di vittime della tratta e insieme del traffico di droga. Le pattuglie, attraverso giungla e palude – dispongono di due imbarcazioni − hanno dato i loro frutti: sono state localizzate circa 300 vittime e arrestati nove trafficanti.

Parte dei vigilantes vengono pagati tra gli 8000 e i 10.000 bath (tra i 300 e i 370 euro), mentre il resto, secondo Manit, non riceve alcun compenso. “È gente a cui sta a cuore il problema e cerca solo il modo di dare una mano” ha detto l’ufficiale dell’Interno. Sono perlopiù pescatori o contadini che mostrano dedizione al loro nuovo ruolo, come Jessada Thattan, un ex contadino ora a capo di una dozzina di uomini a bordo di una precaria imbarcazione in mezzo alle mangrovie. Neppure le continue minacce a lui e ai suoi figli, ricevute dai trafficanti di esseri umani, lo hanno convinto a lasciare, soprattutto dopo aver trovato i due gruppi di 83 e 52 persone − tra cui Raikham e i suoi amici – a cui ha salvato la vita con la sua squadra.

Uno dei campi localizzati dai vigilanti, ormai vuoto (Mónica G. Prieto).

Uno dei campi localizzati dai vigilanti, ormai vuoto (Mónica G. Prieto).

“Ora hanno cambiato la loro strategia. Non spostano più grandi gruppi, ma dividono le persone a decine, per facilitare il transito” dice, mentre ci conduce nel mezzo della giungla fino a una radura da dove sono visibili evidenti tracce di un grande campo. Per terra restano parecchie buste vuote di una soluzione usata per evitare la disidratazione. A un lato del campo, un bastone conficcato nel terreno indica la presenza di una tomba, secondo gli osservatori; e speculano sulla possibile causa della morte; per fame, disidratazione o per le botte.

Una busta di composto contro la disidratazione in un campo abbandonato (Mónica G. Prieto).

Una busta di composto contro la disidratazione in un campo abbandonato (Mónica G. Prieto).

“Finora abbiamo individuato circa cinque campi, ma tutti vuoti”, spiega Manit. È l’altra faccia della medaglia in un paese dove la corruzione dei pubblici ufficiali è schiacciante. Un giornalista locale, specializzato in traffico di esseri umani, e conosciuto per le sue inchieste, racconta come uno dei malviventi gli abbia confessato di pagare 10.000 dollari ai funzionari dell’immigrazione per ciascun immigrato che dai rifugi finisce per essere venduto come schiavo sui barconi da pesca. Un business sinistro che spiega la continua scomparsa di persone proprio dai centri ufficiali che dovrebbero proteggerle: dallo scorso 30 gennaio una dozzina di funzionari e ufficiali della marina sono finiti sotto inchiesta per il traffico di esseri umani. “È un indice della nostra determinazione a far applicare la legge”, ha detto il viceministro degli Esteri Don Pramudwinai.

Come si presenta la giungla, inespugnabile (Mónica G. Prieto).

Come si presenta la giungla, inespugnabile (Mónica G. Prieto).

“Nel nostro distretto tale tipo di corruzione, ma non posso garantire sul resto”. Manit preferisce non pronunciarsi sull’abnorme quantità di casi di collusione tra agenti e trafficanti. Le autorità, dal canto loro, respingono le accuse e al contempo impongono a  Manit di non intrattenere rapporti con la stampa. Ripudiano le brigate di volontari, ma al contempo ne lodano i risultati. Il portavoce del ministero degli Esteri, Sek Wannamethee, incoraggia gli abitanti dei villaggi nel sud della Thailandia a diventare “gli occhi e le orecchie” delle autorità per evitare traffico di esseri umani. La dittatura militare ha annunciato un piano per combattere questo commercio, ma allo stesso tempo, le cifre restano allarmanti, e anzi aumentando, aumentano i timori che alle autorità venga meno la volontà di porvi rimedio: se nel 2010 sono state individuate e perseguite penalmente 115 persone e identificate 595 vittime, nel 2013 sono state più di 1.000 vittime localizzate e quasi 400 incriminati.

Per alcune organizzazioni come Fortify Diritti, è impressionante e inquietante che debbano essere i civili a sostituirsi alle forze di sicurezza. “È una chiara indicazione che le autorità non possono adempiere al loro dovere di combattere il traffico di esseri umani” lamenta Matthew Smith, direttore esecutivo della Ong, in una conversazione con «Periodismo Humano» umano svoltosi a Bangkok. “Ci sono 12 grandi reti di trafficanti in Thailandia. Si tratta di un business da 50 milioni di dollari l’anno” dice Smith.

I volontari a bordo di un'imbarcazione (Mónica G. Prieto).

I volontari a bordo di un’imbarcazione (Mónica G. Prieto).

“Penso che siamo solo agli inizi. –dice Manit − È vero, si sta riducendo il numero di contrabbandieri, ma molto resta ancora da fare “. Un giudizio piuttosto ottimista, stando al parere dei suoi uomini: “I trafficanti hanno mezzi migliori e sono più veloci di noi“, spiega Jessada, e ammette che i trafficanti hanno informatori quasi ovunque, anche se i volontari sono riusciti a fare un lavoro di sensibilizzazione nella comunità del distretto, rendendo la gente cosciente dell’importanza di combattere la tratta umana, non solo per salvare vite umane, ma anche per scoraggiare il crimine delle nuove generazioni. Ora, dice, sono molti i pescatori che informano dell’arrivo all’alba di barche cariche di vittime, o di carichi di cibo sospetti, anche se l’enorme quantità di nascondigli nella giungla e la mancanza di mezzi di comunicazione rende i trafficanti difficili da individuare.

I volontari sacrificano la loro vita per questa impresa. Ci perdono il sonno perché i traffici avvengono di notte o nelle prime ore del mattino. Hanno messo a disposizione i propri veicoli e i magri stipendi non bastano a pagare tutte le spese derivanti dalla loro attività – ci hanno rimesso più di 200.000 bath (5000 euro) da quando hanno cominciato a pattugliare dal novembre scorso − per le quali sono previsti solo 45 giorni di formazione. Ma la pratica val più della grammatica, e insegna più dei loro stessi istruttori. Ad esempio quando viene il momento di doversi guadagnare la fiducia della popolazione rurale per trarne confidenti. Anche se basta spiegare i metodi adottati dai trafficanti di esseri umani, perché “le persone dimostrano di prendere a cuore il problema, con il desiderio di porvi fine. La domanda è: il nostro governo ha la stessa convinzione?” si chiede Jessada.

Periodismo Humano

[Trad. it. Massimo Bonato]

Comments are disabled
Rate this article

Comments are closed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: