/ Free Style / Sold out – Ma dov’è la crisi?

Sold out – Ma dov’è la crisi?

Massimo Bonato on 07/01/2012 - 01:07 in Free Style

Gli sfortunati avventurieri delle spedizioni artiche che incontrarono la morte sui ghiacci eterni vennero ritrovati nudi. Come loro vennero ritrovati nudi tutti i morti per ipotermia, perché a certe temperature troppo basse da sopportare, il corpo umano reagisce e percepisce al contrario insopportabili vampate di calore.
Lo sfasamento tra realtà e percezione della realtà, prima ancora che fatto psicologico è fatto fisico. Lo ha dimostrato negli anni Trenta la Gestalt-Psychologie (la psicologia della Forma alla quale siamo debitori di tutti gli scherzi ottici che ancor oggi compaiono ovunque) e fece propri i suoi assunti la Psicologia Sociale per determinare l’insorgere dei luoghi comuni e da questi dei pregiudizi sociali.
Dubitare quindi di chi ha certezze significa dubitare di chi ignora la fallacia della propria percezione e crede a quel che vede.
Così è indubitabilmente facile scambiare le code davanti ai megastore per una voluttuosa rappresentazione della corsa al superfluo, della consacrazione del consumo che è ancora potere d’acquisto, potere individuale.
Analogamente, per i torinesi da anni, accade di stupirsi della folta folla notturna in cui ci si inabissa nei fine settimana in centro città, passata dagli 82 locali degli anni Ottanta agli oltre 3700 attuali. Verrebbe da dar credito al Silvio nazionale quando sostenne al Parlamento europeo che i ristoranti in Italia son sempre pieni. Anche considerando che negli ultimi anni alcuni poli torinesi e piemontesi di interesse internazionale han gonfiato a Torino le presenze straniere del 30-33% annui (dati Ires), è difficile credere che nei locali subalpini si parli ormai soltanto inglese o francese. Così vien da riflettere sull’età degli avventori – cosa in sé banale – e sul fatto che appartengano a quella fascia d’età meno remunerata nell’ambito lavorativo (assieme a donne e immigrati) e più esposta all’incertezza, quando pure nell’incertezza e per poco riesce a lavorare. Ma è una fascia di età che lavora per ciò che potrebbe essere definita una superpaghetta piuttosto che un dignitoso stipendio. Di movida allora ci si accorge c’è ben poco: si tratta più che altro della stagnazione notturna di persone che fanno della relazione sociale l’alternativa a quel poco di progettazione a cui la mancanza di risorse le ha costrette. La moltiplicazione dei locali e la loro nutrita frequentazione non è allora sintomo di un benessere diffuso che porti in strada la spensieratezza e la rilassatezza del fine settimana, ma al contrario proprio la contrazione del potere d’aquisto di giovani che han troppo in tasca per non sentirsi di poter spendere e troppo poco per potersi permettere un futuro per il quale 500, 700, 1000 euro al mese rappresentano la fame, se non il nulla vero e proprio.
È ciò che accade verosimilmente tra gli scaffali dei megastore quando le file all’ingresso si misurano in termini di isolati. Si adagia sulla corsa al “risparmio” sicuramente l’avidità e la curiosità infantile del possesso della tecnologia di ultima generazione, la novità – maipiùsenza – a cui il consumo ci ha abituati, ma su di essa ormai si stratifica anche il senso che quel possesso sia l’unico possibile, l’unica risorsa reale in una realtà che vacilla sotto tutti i punti di vista. È il tatuaggio che resta sulla pelle, certezza in una realtà di incertezze. È il potere dell’acquisire, disperato, oggetti simbolo in un’estremo gesto di potere individuale.

Non è perché esiste benessere che si esercita il potere d’acquisto, ma perché non c’è altra scelta che acquistare per potere avere l’impressione di esercitare un potere che viene a mancare ogni giorno di più.

M.B.

Comments are disabled
Rate this article

Comments are closed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: