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Race for Water Odyssey. Droni per mappare la plastica che inquina gli oceani

Partita dagli Stati Uniti, la spedizione svizzera di Race for Water Odyssey resterà in mare 300 giorni raggiungendo le isole e gli atolli più remoti. Obiettivo: servirsi dei droni per monitorare spiagge e ambiente marino.
Massimo Bonato on 16/04/2015 - 08:15 in Ambiente, Inquinamento

ebeematterhornIl progetto Race for Water Odyssey, guidato da un team di scienziati svizzeri, è ambizioso: trascorrere 300 giorni in mare attorno al mondo per studiare l’impatto che l’inquinamento prodotto dalla plastica ha sulle zone ancora inesplorate dell’oceano. Navigheranno attorno a isole e atolli servendosi dei droni SenseFly per i rilevamenti.

La spedizione si prefigge di coprire oltre 40.000 miglia nautiche per circa 300 giorni, durante i quali il team toccherà le 11 isole situate nell’area dei cinque “vortici” oceanici. Dallo scalo di Liberty State Park, a Jersey City la barca è salpata il 15 aprile facendo rotta per le Isole Vergini; poi attraverserà il Canale di Panama e si dirigerà a sud verso Valparaiso, in Cile, prima di prendere il largo nell’Oceano Pacifico. Nel suo “giro del mondo” la spedizione farà scalo alle Hawaii, Tokyo, Shanghai, Città del Capo e Rio de Janeiro.

“Questo tipo di inquinamento è probabilmente una delle nostre più grandi sfide ambientali. − dichiara Marco Simeoni, presidente della Race for Water Foundation. − Stiamo parlando di acqua, di pesci e uccelli, parliamo delle risorse più preziose che abbiamo, e il danno permanente che stiamo infliggendo loro. È necessario agire subito. È una corsa contro il tempo”.

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I ricercatori si stanno concentrando su cinque “vortici” di detriti di plastica, situati in tre distinti oceani, dove i rifiuti si accumulano in grandi quantità, e in particolare, studieranno l’impatto che l’inquinamento produce sulle popolazioni che vivono nei pressi di quelle aree.

Il team svizzero si è di recente riunito a New York per eventi promozionali ospitati dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, dopo aver iniziato la ricerca raccogliendo campioni di rifiuti di plastica nelle Azzorre e nelle Bermuda. Parallelamente al lavoro sul campo, i droni SenseFly hanno creato una mappa digitale dei rifiuti di plastica.

Benché sia troppo presto per avere risultati dettagliati, analisi dei campioni prelevati e le indagini compiute sinora dai droni, Ari Friedlaender del Marine Mammal Institute della Oregon State University, ha spiegato come potranno essere di aiuto nelle ricerche.

Friedlaender e il suo collega, David Johnston, della Practice of Marine Conservation and Ecology della Duke University, sono due degli scienziati americani coinvolti nel progetto. Con il loro team sono responsabili della programmazione, trasmissione e analisi dei dati raccolti dai droni SenseFly.

Questi droni sono già stati utilizzati per altri lavori: per esempio la conta di capi di animali, come le foche e i pinguini, ma si è pensato che sarebbe stato interessante sommare le tecnologie marine a quelle aeree. “Ci sono lenti speciali applicabili alla macchina fotografica del drone, con le quali è possibile ottenere buone immagini della plastica che galleggia distante dal fondo. Così ci è venuta l’idea di utilizzare i droni per monitorare le spiagge inesplorate e disabitate e misurare i detriti di plastica”. Infatti si sa molto poco dell’inquinamento da plastica in molti atolli disabitati nel Sud Pacifico, dove la barca dei ricercatori è diretta.

“Tutti i dati che possiamo ottenere da lì saranno informativi. La prima cosa da fare sarà quantificare i detriti. Saremo in grado di dire di che cosa si tratta e qual è l’entità dei depositi. Queste informazioni, a loro volta, potrebbero darci qualche indicazione da dove la plastica proviene. E una volta saputo questo sarà possibile trovare dei modi per cercare di limitare il danno, rimuovere e avviare la pulizia”. I dati raccolti dal drone e le mappature che ne seguiranno, saranno disponibili on line.

Le minuscole particelle di plastica disseminate negli oceani sono ormai una minaccia reale per pesci e uccelli, e dunque per l’uomo. In alcuni oceani la concentrazione è di sette volte superiore a quella del plancton.

Per Friedlaender dunque, questa spedizione riveste un carattere scientifico, perché spera che l’individuazione e la mappatura dei rifiuti possano aggiungere informazioni necessarie a trovare una soluzione concreta. Ma il valore è anche comunicativo, perché è necessario che le singole persone sappiano e si sentano maggiormente coinvolte, siano sempre più coscienti di come ogni gesto possa influenzare l’ambiente e rivelarsi un beneficio – ridurre, riutilizzare, riciclare – o un lento inesorabile disastro, come quello di cui ogni giorno ci giunge notizia.

 M.B.

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