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Processo No Tav – I udienza

Massimo Bonato on 21/11/2012 - 23:21 in Resistenze
È cominciato stamane, 21 novembre, il processo a 45 attivisti no Tav per lo sgombero della Maddalena del 27 giugno e la manifestazione nazionale del 3 luglio del 2011.
La convocazione è per le ore 9 nell’aula 46 del Tribunale, ben presto gremita. La scelta di un’aula a così bassa capienza si rivela sin da subito infelice, e interpetata come provocatoria dal pubblico stipato: a stento riesce a contenere avvocati e imputati. L’aria si fa subito densa, calda; qualcuno riesce a sedersi ma perlopiù ci si stringe gli uni agli altri nel tentativo di captare qualche parola del presidente Quinto Bosio che procede all’appello. Ma si sente poco. Nulla. O i microfoni non funzionano o non li si vuole utilizzare. Al brusio si accalcano le voci di chi saluta Maurizio Ferrari e Alessi Delsordo, ancora detenuti e rinchiusi nella cella interna all’aula.
Di fatto all’uditorio viene negato di essere uditorio e di poter ascoltare quanto nell’aula viene detto. Qualcuno fotografa, un operatore della Rai prende a filmare, finché non esplode un alterco e viene allontanato. L’atmosfera è tesa e gli avvocati, su pressione pure dei presenti, si risolvono a chiedere che l’udienza venga spostata in un’aula confacente alla copiosità del pubblico. I togati si avvicendano tra banchi e tavolo presidenziale. Si intonano slogan inneggianti alla liberazione di Maurizio e Alessio e qualcuno innalza uno striscione. Si urla A sarà dura!
Non ci sono buoni e cattivi.
La decisione è presa. L’udienza è temporaneamente sospesa. Si cambia aula. Si parla della 3, Corte d’Assise.
Si esce e si aspetta che la decisione divenga definitiva. E circola subito una voce: che il pubblico potrà partecipare soltanto previo presentazione di un documento. Ci si chiede se anche in Tribunale vogliano procedere all’identificazione di ciascuno. Ma no. Era una voce. Si attende.
Poi, pochi metri e l’aula 3, nel seminterrato, apre le sue porte. I Carbinieri all’ingresso lasciano entrare soltanto avvocati e imputati. Si scherza: potremmo essere tutti imputati. Poi, alla spicciolata, tra un’anta chiusa e l’appuntato che conta, si entra. Quaranta persone. Quaranta posti a sedere.
Accomodati, sciamano da uno scivolo a sinistra nell’aula decine di giovani. Vengono lasciati entrare. Gli viene chiesto di uscire. Carabinieri e agenti in borghese confabulano. I ragazzi restano. Passa parola che le rimostranze chiassose potrebbero far traslare l’intero processo alle Vallette, a porte chiuse. Stiamo calmi. State calmi. Ma dalla porta centrale vi è ancora chi preme. Qualcuno a gran voce chiede che sia permesso a tutti di entrare. Siamo alla fine tutti dentro. Seduti. In piedi. Comodi. Stretti gli uni agli altri. L’aula ampia, lo stesso colma.
I tempi tornano a dilatarsi. Tornano presidente e giudici togati. Tornano i faldoni. Pare persino che si debba ricominciare e rifare l’interminabile appello. Chi manca?
Mancano coloro a cui non è stata notificata la convocazione: circa un quarto dei 45 imputati. Dopo due ore e mezza l’udienza viene rinviata. E viene rinviata per una mancanza procedurale, non perché, come si era pensato sin dal principio, gli avvocati difensori non erano stati messi in condizione di recepire le oltre mille pagine di atti e i cinquantacinque Dvd di materiale fotografico, recapitati loro a soli otto giorni dal processo.
Giù le mani dalla Valsusa si grida
Liberi tutti si grida. Mentre Alessio e Maurizio salutano, e vengono scortati fuori dalla cella dell’aula.
Appuntamento dunque per il 21 gennaio. Si ripete.
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