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Privati del patrimonio. Il dogma della privatizzazione del patrimonio culturale

Privati del patrimonio: ultimo libro di Tomaso Montanari, che, Costituzione alla mano, percorre la via crucis del patrimonio culturale italiano alienato all’interesse di pochi nomi, a dispetto della sua missione universale. E ai danni dello Stato, e di tutti i cittadini.
Massimo Bonato on 15/03/2015 - 10:03 in Cultura, Libri

P1110112“Benvenuti nel Far West” scrive nel suo Privati del patrimonio Tomaso Montanari, docente di Storia dell’Arte moderna all’Università Federico II di Napoli. E infatti basta una scorsa all’indice per rendersi conto della drammaticità della situazione, nel libro dipanata, spiegata, approfondita con il puntiglio dell’inchiesta che fa nomi, addita responsabilità, racconta il disastro. Otto capitoli, sei dei quali dedicati al patrimonio che stiamo perdendo, due, gli ultimi, scritti con l’ottimismo delle poche cose ben fatte, con le azioni da prendere a esempio, la speranza che le cose possano cambiare. Ma appunto sono due capitoli su otto. Il resto è Far West.

“L’inno al salvifico intervento dei privati è il mantra che, unendo destra e sinistra, ha attraversato il discorso pubblico italiano sul patrimonio culturale degli ultimi trent’anni”. Ma chi ci dice che interessi privati e interessi dello Stato coincidano? E quando si parla di cultura, del patrimonio culturale di cui si acclama ogni piè sospinto un’alienazione al privato, di che cosa parliamo esattamente? Della conservazione della cultura o della sua produzione? Parliamo di musei o di siti archeologici? Di biblioteche, pinacoteche, archivi?

“Del poco che può produrre o del moltissimo che non potrà mai farlo”?

Così, Costituzione alla mano, Tomaso Montanari investiga i modi in cui il privato, dalla Legge Ronchey che ha dato la stura al suo intervento, agisce nello Stato, con lo Stato, ai danni dello Stato. Perché “Lo Stato ha per fine il bene comune” scriveva Giuseppe Dossetti, mentre il privato ha per obiettivo il profitto.

È dunque una lettura del patrimonio culturale italiano attraverso i dettami della Costituzione: perché l’art. 9 dichiara che la Repubblica tutela il patrimonio per promuovere lo sviluppo della cultura attraverso la ricerca, e l’art. 3 che questo serve al pieno sviluppo della persona umana, e alla realizzazione di una uguaglianza sostanziale.

Scrive Montanari: “Oltre al significato universale del patrimonio, questo sistema di valori ne ha creato uno tipicamente nostro: il patrimonio appartiene a ogni cittadino – di oggi e di domani, nato o immigrato in Italia – a titolo di sovranità, una sovranità che proprio il patrimonio rende visibile ed esercitabile. Il patrimonio ci fa una nazione non per via di sangue, ma per via di cultura e, per così dire, iure soli: cioè attraverso l’appartenenza reciproca tra cittadini e territorio antropizzato. Perché questo altissimo progetto si attui è necessario, però, che il patrimonio culturale rimanga un luogo terzo, cioè un luogo sottratto alle leggi del mercato. Il patrimonio culturale non può essere messo al servizio del denaro perché è un luogo dei diritti fondamentali della persona. E perché deve produrre cittadini: non clienti, spettatori o sudditi”.

E il punto è proprio questo, l’essere passati da uno stato di diritto, ad accampare diritti nello Stato, con entusiasti plausi del mondo politico per quanto a ogni passo lo Stato diventava sempre meno res pubblica e sempre più res privata.

La metafora del petrolio è quella che ostinatamente più spesso si sente interpretare la realtà dei Beni culturali italiani.  “Penso che il ministero della cultura sia in Italia come quello del petrolio in un Paese arabo” ha detto Franceschini appena insediato al dicastero. Ma le risorse di un pozzo petrolifero vanno “sfruttate” e inesorabilmente si sente parlare anche dei beni culturali italiani come di una risorsa che va sfruttata, resa produttiva, redditizia. Deve cioè produrre denaro, non coscienza civile, senso di cittadinanza e appunto, conoscenza diffusa.

Una metafora adatta ai tempi di Drive in e del sogno yuppie della ricchezza rapida e a buon mercato, della televendita abborracciata e imbarazzante. Una metafora che non ha nessuna accezione al di fuori del senso della depredazione, dell’aggressione, dello svilimento fino al consumo, fino a far dire allo stesso Giorgio Napolitano da “sfruttare fino in fondo”.

5928428_343438In realtà, accade che il privato non è che il mondo di scatole cinesi che ruota attorno alla politica alla quale attingere risorse, così che i fenomeni di impoverimento finiscono per essere due: uno è lo sfruttamento selvaggio di alcune aree (per cui per esempio Venezia viene sottratta ai veneziani come Firenze ai fiorentini) e d’altro canto il vero petrolio finisce per essere non il patrimonio italiano, ma le casse dello Stato alle quali attingere da parte dei privati a cui lo Stato demanda. Un interesse privato molto politico, perché qualsivoglia opera da restaurare o mantenere finisce per essere accessibile soltanto attraverso l’azione di un politico che affretti pratiche, concessioni, autorizzazioni.

“Economia e cultura sono un tutt’uno” dice Galan. Non a caso la stessa logica con cui l’indagato Galan, già ministro dei Beni culturali e presidente della Fondazione Canova Onlus,  ha scelto di far realizzare il catalogo di Intimissima nella Gipsoteca di Venezia, fornendo a mutande e reggicalze lo sfondo di tombe papali, santi ed eroi classici, è la stessa logica che ha ridotto in pezzi l’Uccisione di Priamo bassorilievo in gesso del Canova, che venne staccato dal muro dell’Accademia di Belle Arti di Perugia per essere spedito a ventiquattro chilometri di distanza, a una mostra del tutto irrilevante che si teneva ad Assisi, ma cadendo andò in pezzi. La stessa che sposta i Bronzi di Riace a destra e a manca anziché portare a termine la Salerno – Reggio Calabria per permettere a tutti gli italiani di andarli a visitare al Museo di Reggo Calabria con ricaduta sulla città e non con sfruttamento delle sue risorse, fuori da essa. I Bronzi squillo, ovvero l’insegna della prostituzione a cui tutto il patrimonio culturale e artistico è chiamato ad assoggettarsi per creare reddito, in modo del tutto legale, perché le leggi basta farle che calzino alla bisogna.

La realtà però risponde alla metafora “petrolifera” con la metafora della “Fontana di Trevi” che Totò rivende all’italo-americano Decio Cavallo, ovvero ricompriamo ogni giorno dai privati ciò che ci appartiene, perché in fondo l’intervento privato a questo si risolve: sfruttamento a fini propri della risorsa pubblica che è di tutti, utilizzo di sedi che sono proprietà dello Stato e patrimonio pubblico, e drenaggio del denaro pubblico per organizzare “mostre che si avvicendano e diventano pietre miliari del trash espositivo” dei cui proventi sarà però il solo a profittarne. Una follia.

Il privato potrebbe anche entrare a concorrere con lo Stato nel mantenimento e nella promozione del patrimonio artistico, ma si confonde filantropismo con sponsorizzazione. Dove il primo prevede un gesto di generosità, del dono disinteressato guidato dal perseguimento del bene della collettività, il secondo è un’azione di marketing volta a far della generosità la giustificazione per la quale il privato dovrebbe poi fruire, in termini di gestione e di profitto, del bene pubblico. E di nuovo il privato, con un gioco di parole, finirebbe per far proprio un bene che è di tutti, qualcosa che Salvatore Settis ha definito “patriottismo for profits” e che di nuovo conduce alla mercificazione del patrimonio culturale. “Chi paga decide”.

È la solita filosofia della socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili. Anche quando si vuole ridurre il patrimonio a un luna park, fatto di quello che “viene pudicamente chiamato  edutainment (education + entertainment)”.

Sempre meno Stato in uno Stato che può ormai alienare da sé, ovvero vendere, per fare cassa, anche beni un tempo inalienabili. Legge alla mano, Totò potrebbe finalmente vendersi la Fontana di Trevi, senza farsi tanti scrupoli, visto che gran parte di quanto sta accadendo al patrimonio culturale italiano ha ben poco a che vedere con la missione che la Costituzione aveva prospettato per esso.

Dove risiede allora il privato che accede al pubblico e lo migliora, lo sostiene senza sostituirvisi? Per esempio nei possessori di ville e parchi, di biblioteche e pinacoteche e gallerie private, di collezioni che aprono al pubblico. In fondazioni come il Fai che lavorano per il recupero vero di beni culturali restituendoli al pubblico come patrimonio di tutti. Oppure Italia Nostra che lavora tanto sull’educazione al patrimonio e diverse altre realtà che davvero assumono una funzione sussidiaria rispetto allo Stato, dimostrando davvero al contempo, quanto lo Stato manchi là dove dovrebbe ricoprire una delle sue più alte funzioni fondative, sancite dalla Costituzione.

Ma anche pratiche come il crowdfunding che si traduce in un mecenatismo diffuso, fatto anche di piccole cifre ma di ampia partecipazione (che negli Usa nel 2008 ha coperto le donazioni per la cultura del 74,5%). Le concessioni, il partenariato pubblico-privato virtuoso.

Con un’ironia tagliente Tomaso Montanari conduce quindi il lettore lungo tutta quella che a ragion veduta potrebbe essere definita la via crucis del patrimonio culturale italiano, che ogni giorno agli italiani viene sottratto, sottraendo con esso diritti, democrazia, uguaglianza, e libertà.

Tomaso Montanari, Privati del patrimonio, Einaudi, Torino 2015, 167 pp., 12 euro.

M.B.

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