/ Comunicazione / Popoli indigeni e media. Se si parla di Mapuche si parla solo di violenza

Popoli indigeni e media. Se si parla di Mapuche si parla solo di violenza

_omissis_ on 10/07/2015 - 12:01 in Comunicazione, Diritti

I popoli indigeni dell’America Latina come soggetto politico, per riappropriarsi di diritti, terre, ma soprattutto per poter parlare da pari, senza manipolazioni mediatiche che creano un immaginario distorto.



Nel 1985, un gruppo di cineasti e documentaristi diede vita al I Festival Latinoamericano de Cine y Vídeo de los Pueblos Indígenas en México. Il loro obiettivo era di dare visibilità a una realtà su cui in tutto il continente tacevano governi, istituzioni e media: la situazione dei popoli indigeni.

Da questo lavoro nacque la Coordinadora Latinoamericano de Cine y Comunicación de los Pueblos Indígenas (Clacpi), che dopo trent’anni raccoglie diverse organizzazioni e reti di documentaristi che appoggiano i processi di affermazione culturale, il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni originari, facendo del video il proprio strumento di lavoro.

“L’immaginario dei popoli indigeni è quello del servaggio, del lavoratore informale, il più sfruttato. Una immagine che viene legittimata attraverso i mezzi di comunicazione”.

Parliamo di comunicazione, della situazione dei popoli indigeni nell’America Latina, dei governi del Cile e dell’Ecuador, con la coordinatrice del Clacpi, la documentarista cilena e mapuche Jeanette Paillan, e con la portavoce ecuadoregna quechua Eliana Champutiz.

eliana-y-jeanette

I primi documentari, di trent’anni fa, erano stati girati da non indigeni. Come si passa da uno sguardo esterno a questo mondo a uno sguardo che dall’interno si appropria della conoscenza dello strumento, in questo caso, audiovisivo?

Jeannette Paillan – Effettivamente, il nostro modo di lavorare è cambiato molto, ma pure molto spontaneamente. Prima è arrivata la pratica e poi la grammatica. Negli anni Novanta cadeva la commemorazione dei 500 anni dalla invasione dell’America, e questo generò un dialogo molto serrato sul mondo indigeno. A fronte di come in Occidente se ne parlava in termini di incontro fra culture, qui noi ne parlavamo in termini di invasione e degli effetti negativi che questa aveva comportato, come la perdita di diritti e di terre. Non ci si riconoscevano i popoli indigeni.

Era un momento che coincideva anche con diverse dittature militari, e come popoli indigeni cominciammo a utilizzare le videocamere, rendendoci conto di come cinema e video fossero importanti strumenti di testimonianza e di lotta contro un sistema che cercava di annichilarci e di trasformarci in lavoratori precari, disposti a inurbarci nelle grandi città. Uno dei referenti più importanti per noi in quel momento fu il cinema latinoamericano e quanto accadeva in Cile, come le analisi televisive condotte nelle università contro la dittatura di Pinochet.

indigenasNell’ambito del cinquecentenario, una pietra miliare fu la marcia indigena nel 1990 in Ecuador? 

Eliana Champutiz – Nel 2012, quando facemmo la marcia per l’acqua in Ecuador, avevamo un motto: “Noi siamo i figli della prima rivolta”. Facevamo riferimento agli anni Novanta. Sapevamo che senza questa mobilitazione, senza i nostri vecchi, non ci sarebbe stato possibile mostrare gli indigeni come soggetto politico all’interno della società ecuadoregna. Questa marcia ci permise di mostrare la presenza indigena e le istanze che successivamente sarebbero state avanzate per la costruzione della società di uno Stato interculturale e dello Stato plurinazionale dell’Ecuador.

0010268905Oltretutto incendiò il resto dell’America Latina che rispose alla chiamata. “Anche là ci sono indigeni, che non vogliono tacere”. Fu così che l’Ecuador divenne un punto di riferimento per la lotta e l’organizzazione. La campagna continentale contro la Alca aveva sede in Ecuador, ma si riuscì a organizzare tutta una piattaforma sociale che avrebbe canalizzato le energie per rovesciare Jamil Mahuad, Abdalá Bucaram e Lucio Gutiérrez. Fu grazie a queste lotte che venne a crearsi un immaginario nel quale erano i popoli indigeni a poter fare cadere i governi. È molto positivo e necessario. È così che l’Ecuador si è trasformato in un punto di riferimento di lotta e organizzazione.

banner_indymedia

Jeannette Paillan – L’eredità degli anni Novanta ha permesso di rendere visibile la realtà indigena, la sua presenza. Il movimento dei 500 anni ha dato luogo a tutta una riflessione imperniata sul termine stesso di “indigeno”, rimettendo in questione le differenze tra “indigenismo” e “indigeno”. In definitiva, una riflessione di autoaffermazione come popoli e nazioni indigene e non come una massa non ben definita, aborigeni, persone isolate. Parole che rafforzano l’idea di organizzazione politica e sociale che si sono mantenute sino a oggi.

Che lavoro avete fatto per destrutturare questo sguardo folclorico e parziale dei mezzi di comunicazione e della antropologia occidentale? 

Jeannette Paillan – I primi lavori audiovisivi della gente che ci appoggiava presentavano ancora questo taglio riduttivo e folclorico con cui si guardava ai popoli indigeni, ma a poco a poco è cambiato.

Eliana Champutiz – In Ecuador prendemmo a parlare della autorappresentazione per destrutturare l’insieme degli immaginari, con cui i mezzi di comunicazione facevano a noi riferimento. Mostrare la nostra realtà al di fuori del folclore, della demonizzazione e di una visione peggiorativa e di legittimazione di classe che avallano i mezzi di comunicazione. In Ecuador, l’immaginario dei popoli indigeni è quello del servaggio, del lavoratore informale, il più sfruttato. Una immagine che viene legittimata attraverso i mezzi di comunicazione. Per questo, secondo me, il diritto alla comunicazione è come il diritto alla vita, all’acqua, è per questo intendiamo la comunicazione non dal punto di vista antropologico, ma come progetto politico. La comunicazione è una cosa che non si tratta nelle organizzazioni indigene, per questo chiediamo politiche pubbliche di comunicazione agli Stati, per far fronte a questa dinamica della rappresentazione dei popoli indigeni che ha preso piede.

mapuche-corn

“Il diritto alla comunicazione è come il diritto alla vita, all’acqua, è per questo intendiamo la comunicazione non dal punto di vista antropologico, ma come progetto politico”.

27140_359958564104208_1636537638_n

Il fallimento del Paraguay nella difesa degli indigeni Ayoreo. Survival scrive alle Nazioni Unite

In anticipo sull’Esame periodico universale che toccherà il Paraguay il 2016, la Ong Survival International, ha denunciato che “molti indigeni Ayoreo sono stati obbligati a lasciare le loro terre dagli allevatori e sono esposti ora ad altissimi livelli…

READ MORE +0POST COMMENT

In Cile, nonostante i diversi cambi di governo e l’essere usciti dalla dittatura, le lotte mapuche per la terra continuano a essere criminalizzate. 

Jeannette Paillan – Effettivamente, i mezzi di comunicazione collocano costantemente il popolo mapuche in un contesto di violenza. Le rivendicazioni si riducano a ciò che si vede sulla carta stampata e alla televisione: barricate in prima pagina, incappucciati e violenze nelle strade. E ciò allontana la gente comune dai movimenti.  I mezzi di comunicazione in Cile non hanno nessun interesse a contestualizzare le lotte. Sono privati, controllati da poteri economici e politici. Così, l’immagine a cui danno forza è quella di settori marginali, di vandali che hanno solo interesse a provocare disturbi. Per questo, intendiamo mostrare lavori che aiutino a comprendere quel che sta accadendo, dentro e fuori dal Cile, cercando alleanze e mutuo soccorso. Per esempio, far sì che si sappia quanti progetti di investimenti spagnoli in territori indigeni esistono. Abbiamo bisogno che altra gente conosca la realtà per sapere fino in fondo che cosa sta succedendo.

Il caso dell’Ecuador, tuttavia, attraverso il processo della costituente del 2008 e la costruzione di uno Stato interculturale e plurinazionale, i popoli indigeni hanno ricevuto un riconoscimento, e si è assistito all’ingresso nelle istituzioni di diversi attivisti. Questo ha causato un effetto di smobilitazione nella società civile? La questione indigena ha finito per essere soltanto una precisazione? 

Eliana Champutiz – Nella costituente del 2008 vennero riconosciute tutte le proposte sociali delle organizzazioni, che si rifletterono nella Costituzione: un Ecuador libero da prodotti transgenici, il diritto delle donne e la plurinazionalità. E da quella stessa data si è proseguito nel coinvolgere i dirigenti indigeni. Vennero offerti ministeri, vennero create istituzioni, come la Secretaría de Pueblos y Movimientos Sociales, e sono stati gli indigeni a ricoprire queste cariche. La cancelleria del ministero degli Affari Esteri condusse tutta una campagna per l’assegnazione di posti alla popolazione indigena, afroecuatoriana e montana. Un modo per avere appresso al cancelliere sempre un indianuccio per vendere all’esterno un’immagine di paese interculturale. Per questo, nel caso dell’Ecuador si parla di svuotamento simbolico da parte del governo di Rafael Correa, un governo che ti canta le canzoni più rivoluzionarie del mondo, che fa sventolare la bandiera più rossa, però in pratica non combina nulla.

Nel caso indigeno, abbiamo la plurinazionalità, nella quale sono considerati indigeni, mulatti, neri, meticci, ma i bianchi continuano a imporre la loro cultura. La interculturalità presuppone un dialogo tra eguali; ma al contrario, le condizioni di uguaglianza perché si possa conseguire l’interculturalità in Ecuador non ci sono.

1269Un’altra delle grandi svolte del governo di Correa è l’aver inserito il benessere nella Costituzione 

Eliana Champutiz – Nel caso delle risorse naturali, soffriamo una politica governativa di tipo estrattivo. Allora, dove sta il tuo diritto alla Madre Terra? Dove sta il “benessere”? L’interpretazione che si dà della popolazione indigena continua a essere irreale. In fatto di vivere con i tuoi animali e con sette membri della famiglia è sinonimo di povertà, ma non è che siamo poveri, è che il nostro “benessere” è diverso da quello cittadino, di chi indigeno non è. Il problema principale qui è non poter costruire un dialogo tra le differenze simboliche e concettuali esistenti in Ecuador. Perché in definitiva, quando parliamo di Madre Terra o dei diritti indigeni, ciò che stiamo definendo è un altro sistema di vita rispetto a quello del colonizzatore, capitalista, machista, patriarcale. Un’alternativa di vita. Ed è ciò che chiediamo: un altro paradigma di vita. 

mapucheEliana Champutiz – I popoli indigeni, nel momento in cui entrano nel dialogo politico, prendono a metterlo tutto in discussione, si vede come il modello non stia in piedi, ed è sorto un movimento forte, non solo in America Latina, un movimento che sta valicando le frontiere, perché il tema ormai non è passare da un politico a un altro, non è passare dalla destra alla socialdemocrazia. Ha a che fare con un modello neoliberale che non funziona. I politici, come nel caso del Cile, pensano che sia bellissimo che esistano gli indigeni, con tutte le belle cose che li rappresentano, i balli, i vestiti, che stiano però ben lontani.

El Ciudadano

[Trad. it. Massimo Bonato]

 

mapuche5-660x350

 

4 (80%) 1 vote

Comments are disabled
Rate this article
4 (80%) 1 vote

Comments are closed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: