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Perù. Tía María. Stato di emergenza e criminalizzazione

Massimo Bonato on 26/05/2015 - 10:02 in Resistenze
Dopo i violenti scontri di venerdì 22 il governo ha decretato lo stato di emergenza. La provincia di Islay in mano a esercito e polizia.

 



Alla fine non ce l’ha fatta il governo a evitare il pugno di ferro: le proteste lo hanno messo con le spalle al muro. Ma nei commenti ai quotidiani, i peruviani sembrano aver chiara una cosa: agli scranni del governo detta legge la Southern Copper, responsabile della miniera di Tía María.

Così, dopo gli scontri di venerdì 22 maggio sul ponte Pampa Blanca di Cocachacra e l’assalto al commissariato a suon di dinamite, sabato il governo ha decretato lo stato di emergenza in tutta la provincia di Islay.

Rafforzato l’esercito, dislocato nei punti chiave; rafforzato di 200 uomini il contingente di polizia, che a Cocachacra pattuglia a squadroni in assetto antisommossa le vie della città. Divieto di assembramento; divieto di protesta per 60 giorni; sospensione del diritto alla inviolabilità del domicilio (perquisizioni a sorpresa senza mandato); sospensione della libertà di movimento. Quei 60 giorni che il governo aveva rimesso nelle mani della Southern Copper per addivenire a qualche compromesso con la popolazione, o quantomeno per aprire un tavolo di trattative con chi dal 2011, e sempre più aspramente ora, lotta contro l’apertura dell’ennesima miniera a cielo aperto.

Progetto il cui studio di impatto ambientale nel 2011 aveva ricevuto 138 osservazioni, che fecero scaturire le prime proteste. Progetto che prevede 1,4 miliardi di dollari di investimento per cavare 120 mila tonnellate di rame l’anno. Progetto al quale il governo non ha nessuna intenzione di rinunciare. 

Stato di emergenza e criminalizzazione

Sembra un bollettino di guerra, non solo per i feriti e i morti che di giorno in giorno ingrossavano le fila, ma per quel senso di normalità forzata alla quale le cittadine di Cocachacra, Arequipa, Mollendo, Mejía, Matarani sono state costrette con manganelli e mitragliatori. Qui tornano i servizi pubblici, là riaprono le scuole, la gente scende in strada e riaprono i negozi: pare appunto una normalità che riconquista la quotidianità spesa negli ultimi due mesi in scioperi indefiniti, serrate, manifestazioni e scontri. E i quotidiani ne danno riscontro puntigliosamente per raccontare come la popolazione vive queste prime giornate di stato di emergenza.

Stato di emergenza decretato sabato, con una conferenza stampa in cui il presidente Ollanta Humala si è detto estremamente preoccupato per la comparsa della dinamite nelle proteste. È dunque tempo di “garantire la vita della comunità in pace” dalla violenza di quei contadini che ha detto mossi da fini “ideologici e preelettorali”, che hanno condotto una “campagna di protesta violenta” essendo per la maggior parte legati alla banda armata Sendero Luminoso. Accusa che segue all’arresto del presidente del Frente de Defensa del Valle del Tambo, Pepe Julio Gutiérrez, detenuto in via cautelare.

Comunità che alla pace tiene poco, molto più alla salvaguardia delle terre e della salute, se al maglio calato dal governo han subito risposto in sei regioni, proclamando un nuovo sciopero di 48 ore per il 27 maggio, in solidarietà con i contadini della Valle del Tambo.

Fonti: Agenzia Efe, Perù21, El pais, Abc.es

M.B.


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