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Perù. Anche Lima ha il suo muro della vergogna. Di qua i ricchi di là i poveri

Massimo Bonato on 31/10/2015 - 07:31 in Diritti

Per molti è già il “muro della vergogna”, per altri, semplicemente, una risposta all’insicurezza del paese, una difesa dalla delinquenza proveniente dai quartieri più poveri e fatiscenti.



Si tratta di un muro lungo 10 chilometri che trasforma in gate community il quartiere di Las Casuarinas, dove le abitazioni possono arrivare a costare oltre 5 milioni di dollari. Una comunità chiusa, distinta dalla povertà e l’insicurezza, con la vista migliore si possa godere su Lima. Di là dal muro, il panorama cambia. Il distretto di San Juan de Miraflores, con uno dei suoi tanti barrios, come Vista Hermosa (Bella vista). Nome ironico per un quartiere fatto di baracche in legno e plastica, spesso senza luce né acqua corrente, in cui una casa non arriva a costare 300 dollari.

151019142819_muro_peru_lima_pobres_624x460_bbc_nocreditIl “muro della vergogna” non è solo ovviamente una divisione spaziale, territoriale: è divisione sociale con cui si vuole avvalorare il diritto alla proprietà privata e soprattutto alla sua difesa da ogni possibile intrusione.

“Tutto il mondo ha diritto a recintare la sua proprietà per proteggerla” dice alla Bbc Elke McDonald, uno degli abitanti della zona più ricca, che sorge a partire dagli anni Cinquanta, “Abbiamo sempre comunque avuto rapporti con l’altra parte. La mia domestica e il mio giardiniere sono di là”.

La costruzione del “muro della vergogna” ha avuto invece inizio negli anni Ottanta ricorda sempre McDonald “al tempo del terrorismo e delle invasioni del Perù. È una realtà che in Perù dobbiamo difenderci dalle invasioni, non necessariamente soltanto dai vicini”.

Le “invasioni” non sono che il tentativo delle popolazioni rurali di inurbarsi, cercando di sfuggire alla miseria delle campagne, attirate dalle possibilità della grande città. Ma l’invasione si ferma contro il muro, appunto, tra quartieri di baracche venuti su dal nulla senza permessi e senza pianificazione.

Muro mai terminato, perché i poveri continuano ad arrivare. Così, l’ultimo tratto del “muro della vergogna” non ha che tre anni, tanti quanti ne ha Vista Hermosa, e vi si è aggiunto il filo spinato come ulteriore deterrente.

558x367La segregazione distingue classi sociali, occulta agli occhi dei benestanti la realtà ben più misera dei barrios del distretto di San Juan de Miraflores, in cui, sì, la criminalità la fa da padrone, stando ai dati della Ong Ciudad Nuestra, secondo i quali il 48% dei nuclei famigliari contano almeno un morto ammazzato.

È una causa. Una giustificazione che si cerca di rendere plausibile, il cui effetto è però appunto quello della distinzione, della segregazione. Una storia già vista, che viene da lontano secondo l’urbanista Pablo Vega Centeno, che a «Rt» dice: “È la paura sociale della vicinanza. In quasi tutta l’America Latina ci reggiamo sulla questione della sicurezza interna seguendo la logica della paura per l’esterno, della esclusione”.

Il “muro della vergogna” di Lima non segue che un modello radicato e ripetuto: come quello di San Paolo, in Brasile, per esempio, che cinge la favela Paraisópolis (altro nome ironico) tagliando fuori 70.000 abitanti dal resto della città; di là il lussuoso quartiere di Morumbí.

Del resto, i muri si stanno moltiplicando in tutto il mondo. Siamo ben distanti dall’abbattere le barriere: ne stiamo erigendo sempre di più, più alte, più armate, più estese.

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