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No Tav. Muri di gomma. Muri di cemento e filo spinato

I numeri van lasciati alle statistiche. Han ragione i No Tav a godersi il successo della giornata del 28, perché alla fine i No Tav sono passati sulle loro strade, nei boschi proibiti d’autorità. Alla fine quei betadefence in cemento e reti son venuti giù.
Massimo Bonato on 29/06/2015 - 09:55 in Resistenze

Oriana Fallaci scriveva in Un uomo che la massa è un toro senza testa, va dove il potere la manda a imbestialirsi, pronta a spostarsi nella direzione indicata, per il motivo necessario perché sposti la sua attenzione lì e non altrove.

La giornata di mobilitazione No Tav del 28 giugno è stata un successo. Lo dice il movimento No Tav, lo dicono i fatti. Ma siamo ben lontani, lamenta qualcuno su Facebook, da quei 60.000 del luglio 2011, dai 20, 30.000 delle marce successive. Si parla di 5000 persone. E vien da chiedersi ogni volta che fine abbian fatto gli altri, com’è che al Gay Pride del giorno prima a Torino fossero decine di migliaia. E ben venga che lo fossero.

“Non succede più niente su di là?” senti chiedere a Torino, a 50 chilometri. “Ci risiamo” leggi in un forum da un commento un po’ scocciato perché di nuovo si parla di scontri; “I manifestanti hanno attaccato con lanci di pietre, la polizia ha risposto con lacrimogeni” recita il telegiornale.

Qualche giorno addietro un capotreno ci rimise un braccio nel chiedere il biglietto a un passeggero che presentò invece un machete. Girò una falsa Ansa, di buona fatta, talmente simile all’originale che tutti se la bevvero. Vi si riportava una dichiarazione dell’ex sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, secondo la quale il capotreno avrebbe dovuto mostrarsi più accondiscendente verso chi non ha risorse per pagarsi un biglietto. Apriti cielo. Tutti se la bevvero perché nessuno lesse la notizia, quella vera, seppure raggiungibile da quella falsa con un click, che appunto non recava traccia della dichiarazione e sin dal titolo era un’altra cosa (a te che ti fermi al titolo e all’occhiello, che tu sia favorevole o contrario a Chiamparino non dovrebbe a questo punto interessare la sua politica, dovrebbe renderti furente quanto sia facile prenderti per il culo e farti pensare quel che si vuole).

Siamo a portata di click. L’informazione corre veloce, ma la maturità del lettore pare decrescere in maniera direttamente proporzionale alla velocità con cui l’informazione ammannisce dati, ma soprattutto slogan. Slogan per titolo, approfondimento nell’occhiello. Al lettore basta questo. Tre righe. Quattro.

Ecco allora che l’attenzione è certo messa a dura prova, ma pure, il lettore, se vogliamo chiamarlo ancora così, torna il bambino a cui basta sottrarre l’oggetto alla vista perché l’oggetto non esista più. Compulsato e bombardato da slogan e dati ha sempre maggior bisogno di impulsi e stimoli, sempre più altisonanti perché giri la testa da questa parte. In fondo sempre meno attento a quel che accade per davvero, sempre più pronto a bersi la qualunque pur che sia detonante, brillante, suadente. Che insomma lo risvegli dall’ipnosi, per lasciarsi ipnotizzare.

E quindi lo scontro viene a noia, la protesta si “radicalizza”, il movimento viene premiato perché, tra le altre cose “radicale”.

Radicale. Se si parte da questa parola vien voglia di metter radici. Di mettere radici in un luogo, in un problema, in una condizione, in una lettura e andare a fondo. Anche a fondo di una lettura si raggiunge il cuore della terra, e la radicalità prende però, anche qui proporzionalmente a quanto ci si addentra, sempre più l’aspetto contrario di quanto ci viene raccontato, di quanto viene raccontato al toro senza testa perché gli venga a presto a noia un fatto e si dedichi ad altro repentinamente.

Ci si accorge per esempio che gli assedianti non son quelli che da fuori tirano le pietre, ma quelli dentro il cantiere militarizzato. Ci sia accorge che la legalità non sta nelle carte e nei progetti, nei provvedimenti e nelle aule di giustizia che vorrebbero giustificare l’opera, ma quella che i No Tav fan di tutto per ripristinare. Ci si accorge che la protesta No Tav non è volta alla salvaguardia degli interessi di una valle, ma volta alla difesa del bene comune.

Altra locuzione bistrattata. Ci si accorge che sotto attacco non è un cantiere ma il “bene comune”, la res publica, in cui interessi privati vengono protetti da un corpo di polizia dello Stato e dall’esercito, pure dello Stato. Lo Stato dovrebbe essere di chi lo popola, l’autorità a suo servizio. L’autorità ha deciso che il cantiere Tav di Chiomonte, in Val di Susa è sito strategico nazionale. È cioè voluto dalla nazione. Quella in cui franano rive alle prime piogge, cadono soffitti delle scuole, precipitano palazzi appena costruiti dopo un terremoto, chiudono ospedali e aspetti quindici ore in un pronto soccorso ecc. Uno Stato in cui l’autorità, d’autorità, decide per il bene comune, a discapito del bene comune. Un paradosso riconosciuto, se negli ultimi anni i movimenti di lotta territoriali si sono moltiplicati a vista d’occhio, fino a far pensare necessario un atlante delle lotte territoriali (Centro documentazione conflitti ambientali – Cdca)per ricordarsi di tutti e approfondire di tutti ragioni e azioni correnti. Mancava il decreto Sblocca Italia, per dare maggior impulso, d’autorità, all’autorità (lo Sblocca Trivelle lo chiamano dal Veneto in giù, chissà perché?).

Un’autorità che decide a beneficio di chi al territorio appartiene, e che però sul territorio non ha voce in capitolo. Fino a sentirsi dire dove può o non può passare. Come è appunto capitato ai No Tav spesse volte negli ultimi anni, e non più tardi di giovedì 26 giugno, quando la prefettura di Torino ha recintato, oltre che il cantiere a suo tempo, il percorso della manifestazione del 28 con una delle tante ordinanze.

Chi assedia chi?

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Foto: Luca Perino

Lasciamo numeri e cronaca ad altri. Han ragione i No Tav a godersi il successo della giornata del 28, perché alla fine i No Tav sono passati sulle loro strade, nei boschi proibiti d’autorità. Alla fine quei betadefence in cemento e reti son venuti giù, lasciando un po’ di stucco polizia e forze dell’ordine dall’altra parte a occupare una strada provinciale, che appunto attraversa il territorio. Non loro, della popolazione. Anche di quella la cui attenzione è tanto difficile da conquistare, e che non sarà arrivata a leggere sino a qui, tanto da aversene a male. Il movimento No Tav non si ferma, numeri o non numeri. Radicale? Ha radici profonde, sì. E lotta contro chi d’autorità, questa sì radicalmente, del bene comune se ne frega.

M.B.

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