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Mongolia. Violenta repressione delle lotte contro l’inquinamento

Un morto, 100 feriti, 50 arresti è il bilancio degli scontri avvenuti il 4 aprile nella Mongolia orientale.
Massimo Bonato on 09/04/2015 - 00:11 in Ambiente, Inquinamento

Sabato 4 e domenica 5 aprile la lotta protrattasi per oltre tre settimane contro l’impianto chimico di raffineria Naiman è uscita dallo stallo e si è trovata gli squadroni di polizia in antisommossa schierati.

Pechino ha deciso di intervenire mobilitando 2000 agenti per sedare la protesta in atto nella Mongolia orientale nella Naiman Banner (Banner sta per “contea”, “dipartimento”). Intervenuta nel villaggio di Daachin-tal dove aveva luogo una delle tante recenti manifestazioni, la polizia non ha fatto attendere la sua reazione, caricando il migliaio di persone radunate nel villaggio, picchiando, ferendo numerose persone, e lanciandosi in una caccia all’uomo che ha prodotto 50 arresti. A riferirlo è la Smhric (Southern Mongolian Human Rights Information Center) che ha rintracciato per telefono subito dopo alcune persone coinvolte negli scontri, tra cui la signora Geegee, che raccontato che “sono stati sparati contro i manifestanti proiettili di gomma, e sono anche stati utilizzati idranti ad acqua ad alta pressione e gas lacrimogeni”. Uno dei feriti sarebbe morto la domenica in ospedale.

Imputata principale è la raffineria chimica Naiman, che inquina l’area con i suoi rifiuti tossici: sostanze chimiche, reflui che vengono sversati direttamente nei campi mongoli, nei canali e nei campi coltivati. “Un numero sempre maggiore di abitanti si sono ammalati, gli aborti spontanei tra le donne incinta hanno subito un’impennata. Ci hanno avvelenato a morte il bestiame e reso immangiabili colture e verdure” ha detto la signora Geegee. E questo è solo un esempio delle proteste che negli ultimi mesi si sono moltiplicate tra i pastori mongoli, tensioni dovute agli stessi motivi, contro le stesse industrie chimiche o estrattive che han fatto di questa parte di Mongolia la loro fonte mineraria di approvvigionamento, e unica risorsa economica. Sono 19 le industrie che avvelenano sversando sostanze direttamente nei corsi d’acqua, inquinando le falde acquifere per decine di chilometri, ha detto Xinna a Rfa – Radio Free Asia. Le industrie hanno avvelenato pascoli e bestiame, lasciando dietro di sé indennizzi ridicoli per quanto i pastori hanno perduto o addirittura per gli espropri che hanno dovuto subire.

Intanto la cittadina di Daachin-tal è insorta e così i villaggi del circondario, dichiarando soltanto – come recitavano gli striscioni – “Una forte protesta contro il grave inquinamento della raffineria” e gridando “Restituite alla gente di Naiman l’acqua pulita e il cielo azzurro”.

Sin dal 20 marzo si sono formati picchetti attorno agli ingressi della raffineria per impedirne le lavorazioni; il 29 marzo il governo ha fatto sapere che avrebbe risposto alle richieste degli abitanti dei villaggi, che avrebbe fatto eseguire test ambientali e avrebbe fermato le attività industriali finché non si fosse fatto chiarezza sulla situazione. Sino, appunto, al primo sabato di aprile, quando la popolazione ha inscenato un blocco stradale che ha scatenato l’inferno. La polizia è arrivata dappertutto: da Tongliao, dall’Ulaanhad, sparando, rincorrendo la gente, picchiando. Alla fine avrebbero tagliato completamente le comunicazioni della zona rendendo inaccessibile tanto la linea telefonica tanto Internet.

“Non siamo terroristi, non siamo separatisti. Facciamo questo solo per amore della nostra terra!” ha detto ancora Geegee. Ma alla polizia è arrivato l’ordine di arrestare chiunque protesti.

“Il fatto che ci fossero 2000 poliziotti dimostra che hanno paura” ha detto Xinna a Rfa, “e hanno paura perché la gente è nel giusto, la sua vita è in serio pericolo, e lotta per una giusta ragione”.

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Foto: Smhric

M.B.

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