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l’India e le donne. Uno spaccato

Massimo Bonato on 30/12/2012 - 23:17 in Diritti, MondoD

Zeitgeist. Lo spirito del tempo. Quando un tempo cambia, si rinnova, il vecchio si ribella con virulenza, senza premeditazione ma per paura.

In seguito alla morte della giovane studentessa violentata in gruppo e poi gettata da un autobus in corsa, in India si moltiplicano le proteste.

Tra le immagini della Reuters India che mostrano sprazzi di proteste e qualche intervista, spicca quella motociclistica svoltasi a Bangalore, in cui uomini e donne, ragazzi e ragazze sfilano su rombanti dueruote. Non famiglie, ragazzi e ragazze, uomini e donne, a Bangalore.

Bangalore non è la caotica Mumbay. È la capitale del Karnataka, con circa sei milioni di abitanti; è la città simbolo dello sviluppo tecnologico, dove le grandi industrie informatiche statunitensi hanno impiantato negli anni Novanta le loro succursali, e dove viceversa l’India cerca di attrrarre i cervelli fuggiti all’estero in quelle multinazionali a capitalizzazione indiana in cui l’India detiene sempre, come minimo, il 51% delle quote azionarie. Basta lanciare un qualsiasi programma Microsoft o Adobe per accorgersi della incidenza delle università indiane nella crescita informatica statunitense.

A Bangalore si lavora molto, si lavora in un settore redditizio e gli stipendi sono alti; si gira con il telefonino e anche se non ci si può sempre permettere un pc in casa, comunicare per e-mail è normale, è già normale quando in Italia cominciano a girare i primi dischetti Cd che promettono una lenta connessione per tutti, e tutti, chi prima chi dopo, si corre ad acquistare un pc.

A Bangalore quindi si installa un regime occidentale in una riottosa India tradizionale e fa breccia: ragazze in motorino; ragazzini che passeggiano tenendosi per mano e si sbaciucchiano nei parchi; pullman di linea che non si riempiono più di curiosi che approcciano la domenica le spiagge vicine per sbirciare le occidentali in costume, ma pieni di gente che va al mare per fare il bagno; si insinua il concetto di “tempo libero” e questo fa chiudere i negozi la domenica, fa organizzare pullman di turisti indiani che si spostano dal Karnataka al Kerala per andare a visitare un museo, un palazzo reale, una città; chiunque può tendere un cavo telefonico sulla strada e installarvi un telefono attorno al quale improvvisare un negozio di scarpe anche, o chincaglierie; del resto, in India, per povera che sia, se chiedi un mutuo per un’attività produttiva, che sia pur soltanto l’acquisto di un’Ape per farvi un risciò, lo Stato congelerà le tue tasse per cinque anni, per darti la possibilità di uscire dallo start-up e renderti autonomo.

In un editoriale dell’India Time dell’agosto 2000 però si dice un’altra cosa, rinviando a un’inchiesta imbastita da una magistrata sugli incidenti domestici. Nella seconda metà degli anni Novanta a Bangalore i decessi di donne archiviati come “incidenti domestici” sono aumentati vertiginosamente. La magistrtata conduce la sua inchiesta e indaga caso per caso per qualche anno. Il risultato finisce sul Time: a Bangalore si guadagna molto, ma non tutti guadagnano molto, e soprattutto il nuovo regime lavorativo si installa su un substrato culturale prevalentemente di origine contadina: alle nozze l’uomo porta il bene patrimoniale, la donna il denaro in dote (come in occidente è stato per secoli del resto). Niente di più facile che ammazzare la moglie per tenersi la dote e convogliare a nuovo futuro funerale. Se il tenore di vita di chi lavora nell’informatica è alto, l’invidia cresce. Ma cresce ai danni della donna, in misura direttamente proporzionale a quanto la società civile progredisce verso l’emancipazione, uomini e donne assieme. La mente vecchia spaura al nuovo, e dispera con violenza sui pregiudizi baluardo che conosce meglio.

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