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L’ecoturismo poco eco e molto turismo: a rischio la sopravvivenza di specie animali

Massimo Bonato on 16/10/2015 - 08:29 in Ambiente

L’ecoturismo supera gli 8 miliardi di visite annuali nei parchi e nelle aree protette, destinate a preservare la vita animale. Ma uno studio dell’Università di Cambridge mette in luce come gli animali che si abituano all’uomo abbassino la guardia nei confronti dei predatori naturali.



L’ecoturismo o anche turismo ecologico si sta trasformando in un altro fenomeno di massa senza precedenti, con un impatto però sull’ambiente. Sono ormai attorno gli 8 miliardi le visite nei parchi naturali e nelle aree protette, nelle riserve destinate alla protezione degli animali. L’aumento dei visitatori si traduce in una risorsa economica per territori e Paesi, i cui governi non han fatto altro che rispondere alla domanda con l’offerta: ovvero convertire semplicemente aree protette destinate alla fauna e alla sua preservazione in località turistiche. Paradossalmente, a essere messa a repentaglio è proprio la salute, quando non la sopravvivenza stessa degli animali.

Uno studio realizzato da ricercatori francesi e brasiliani ha analizzato i fenomeni di “culturalizzazione” della fauna selvatica, che trasforma animali selvatici in animali domestici che finiscono per comportarsi come quelli assoggettati dall’uomo per la sua compagnia nelle aree popolate. La differenza con questi sta però nel fatto che la fauna selvatica continua a vivere nel proprio ambiente, e la fiducia che dimostra per gli umani si tramuta in fiducia pure per i predatori, o quantomeno in un abbassamento del livello di guardia che dovrebbe garantirne la sopravvivenza.

Se fino a qualche tempo fa si credeva che l’addomesticamento animale avesse richiesto centinaia di anni per avvicinare uomini e animali, si sa ora che bastano poche generazioni per rendere più docili gli animali. Un fenomeno che si verifica non soltanto tra mammiferi di ordini superiori ma anche tra altre specie, come i salmoni per esempio: quelli nati in allevamento davanti agli squali non scappano. O i passeri: quelli di città reagiscono molto meno e con meno decisione di quelli che vivono in campagna contro chi mette le mani nei loro nidi.

L’addomesticamento non è quindi soltanto volontario, ma crea appunto negli animali una “cultura” per prossimità al genere umano. Gli animali dei grandi parchi si abituano alle migliaia di turisti accettando un ambiente meno ostile, meno aggressivo.

“L’aumento della presenza umana porta alcune specie a tollerarla e a comportarsi in modi tali da suggerire di essersi abituati alle nostre visite. Oltretutto, vi sono specie che vengono deliberatamente abituate alla presenza umana per aumentarne l’attrattività per i turisti, come accade in Africa per le grandi scimmie, scimpanzé e gorilla che diventano al contempo anche più vulnerabili alle aggressioni da parte dei bracconieri” dice Daniel Blumstein, coautore dello studio.

Ciò che rimane da capire quindi, è quanto questo mutamento nei comportamenti animali nei confronti degli esseri umani pregiudichi la loro sopravvivenza nei confronti dei predatori, se cioè l’abbassamento della vigilanza e della difesa riguarda soltanto il rapporto con l’uomo o se incida in maniera generalizzata, e quanto gravemente.

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