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Le cinque strategie del capitalismo contro i movimenti sociali

“La distruzione della vita in tutte le sue forme ha oggi la stessa importanza della forza produttiva del biopotere nella strutturazione dei rapporti capitalistici”.
_omissis_ on 08/04/2015 - 10:26 in Diritti

di Silvia Federici*

La ristrutturazione dell’economia mondiale ha adottato cinque strategie di base per rispondere al ciclo di lotte sociali che tra gli anni Sessanta e Settanta hanno trasformato l’organizzazione di riproduzione e le relazioni di classe.
In primo luogo, vi è stata una espansione del mercato del lavoro. La globalizzazione ha prodotto un salto storico nella dimensione del mondo proletario, sia attraverso un processo globale di “avvicinamento” che ha causato la separazione di milioni di persone dalla loro terra, il loro lavoro e i loro “diritti consuetudinari”, attraverso per esempio l’aumento dell’occupazione femminile. Non sorprende che la globalizzazione appaia come un processo di accumulazione primitiva, che ha assunto varie forme.

Dalla distruzione di economie di sussistenza e la separazione dei produttori dai mezzi di sussistenza, alla dipendenza di milioni di persone da una fonte reddituale, comprese quelle impossibilitate ad accedere a un lavoro salariato, la classe capitalista ha rilanciato il processo di accumulazione e tagliato il costo del lavoro. Due miliardi di persone sono state gettate nel mercato del lavoro, cosa che dimostra la fallacia delle teorie per le quali il capitalismo non avrebbe più bisogno di enormi quantità di lavoro bruto, sovrabbondante in virtù della sempre maggiore automazione del lavoro.

In secondo luogo, la deterritorializzazione del capitale e la finanziarizzazione delle attività economiche, resa possibile dalla “rivoluzione digitale”, hanno creato le condizioni economiche perché l’accumulazione primitiva diventasse un processo permanente attraverso il movimento quasi istantaneo di capitale in tutto il mondo, abbattendo una dopo l’altra le barricate erette dai lavoratori contro lo sfruttamento.

In terzo luogo, abbiamo assistito al disinvestimento sistematico dello Stato nella riproduzione della forza lavoro, attuata attraverso programmi di adeguamento strutturale e di smantellamento del “welfare”. Come accennato in precedenza, le lotte condotte nel corso degli anni Sessanta hanno insegnato alla classe capitalista che gli investimenti nella riproduzione della forza lavoro non si traducono necessariamente in una maggiore produttività del lavoro.

Di conseguenza, emergono certe politiche guidate da una ideologia che ridefinisce i lavoratori come microimprenditori, uno status che li grava della responsabilità di investire in se stessi come unici beneficiari delle attività produttive in essi materializzate. Ciò ha prodotto un mutamento negli assi temporali esistenti tra produzione e accumulazione. I lavoratori si vedono costretti a sostenere i costi di produzione nella misura in cui sono stati ridotti i sussidi per salute, istruzione, le pensioni e i trasporti pubblici, oltre a subire un maggior peso fiscale, in modo che ogni articolazione della riproduzione della forza lavoro si è trasformata in un momento di accumulo immediato.

In quarto luogo, da un lato l’appropriazione da parte delle imprese e dall’altro la distruzione di foreste, oceani, acqua, banchi di pesci, barriere coralline e delle specie animali e vegetali hanno raggiunto un picco storico. Paese dopo paese, dall’Africa alle isole del Pacifico, vaste aree agricole e costiere – luoghi e mezzi di sostentamento di estese popolazioni − sono state privatizzate e rese idonee a sfruttamenti agroalimentari, di estrazione di minerali o pesca industriale. La globalizzazione ha rivelato, senza dubbio, il costo reale della produzione e della tecnologia capitalistica rendendo impossibile parlare, come fece Marx nei Grundrisse, della “grande influenza civilizzatrice del capitale” derivante dalla “appropriazione universale sia della natura sia delle relazioni sociali stesse” dove “la natura diventa puramente oggetto per l’uomo, oggetto puramente strumentale; in cui l’uomo cessa di riconoscerle un potere di per sé; e anche riconoscere in essa leggi autonome si traduce in uno stratagemma per sottometterla ai bisogni umani, sia come oggetto di consumo, sia come mezzo di produzione”.

Dopo la fuoriuscita di petrolio BP e il disastro di Fukushima nel 2011, − tra gli altri disastri  causati dalle attività delle multinazionali −, mentre gli oceani muoiono, intrappolati tra isole di spazzatura, e lo spazio è diventato un deposito di armi, queste parole non possono suonare che riverberi inquietanti. Questo sviluppo ha interessato, in misura diversa, tutti i popoli del pianeta. Eppure, come meglio definire il Nuovo Ordine Mondiale se non come una ricolonizzazione. Lungi dal comprimere il pianeta in una rete di circuiti interdipendenti, lo ha ricostruito come un sistema a struttura piramidale, con crescenti disuguaglianze e polarizzazione sociale ed economica, e il maggiore radicamento di quelle gerarchie che storicamente hanno caratterizzato la divisione sessuale e internazionale del lavoro, e che erano state minate dalle lotte anticoloniali e femministe.

Se prendiamo in considerazione pure che, mediante il debito e gli aggiustamenti strutturali, i paesi del “Terzo Mondo” sono stati costretti a deviare la produzione alimentare dal mercato interno al mercato estero, a convertire terreni agricoli coltivabili per il consumo umano in terreni sottoposti alla sola estrazione di minerali, alla deforestazione, e a trasformarsi in discariche per tutti i tipi di rifiuti, allora dobbiamo concludere che, nei piani del capitale internazionale, ci sono aree del mondo volte a una “produzione vicino allo zero”. Di fatto, la distruzione della vita in tutte le sue forme ha oggi la stessa importanza della forza produttiva del biopotere nella strutturazione dei rapporti capitalistici, distruzione finalizzata all’acquisizione di materie prime, “dispersione” di lavoratori indesiderati, indebolimento della resistenza e diminuzione del costo del lavoro di produzione.

Il punto a cui è giunto il sottosviluppo della riproduzione della forza lavoro nel mondo si riflette nei milioni di persone che subiscono la necessità di migrare sottoponendosi a rischi  e a difficoltà indicibili, con prospettive di morte e prigionia. Certamente la migrazione non è solo una necessità, ma anche un esodo a più alti livelli di resistenza, un percorso verso la riappropriazione della ricchezza sottratta. Questa è la ragione per cui la migrazione ha assunto un carattere tanto autonomo, difficile da usare come meccanismo di regolazione nella ristrutturazione del mercato del lavoro. Ma non vi è dubbio alcuno che se milioni di persone lasciano il loro paese per un destino incerto, a centinaia di chilometri dalle loro case, è perché non possono riprodursi, almeno non nelle condizioni necessarie.

Ciò è particolarmente evidente se si considera che la metà dei migranti sono donne, molte delle quali con figli che devono lasciarsi alle spalle. Da un punto di vista storico questa pratica è altamente inconsueta. Le donne sono abitualmente quelle che restano, e non per mancanza di iniziativa o impedimenti dovuti alle tradizioni, ma perché sono quelle su cui più si è fatta gravare la responsabilità della riproduzione delle loro famiglie. Sono quelle che dovrebbero garantire il cibo ai figli, spesso togliendoselo di bocca esse stesse, e badare alle cure per anziani e malati. Per questo, quando centinaia di migliaia di loro lasciano le loro case per affrontare anni di umiliazioni e di isolamento, vivendo con l’angoscia di non essere in grado di fornire per i loro cari la stessa cura che danno agli sconosciuti in altre parti del mondo, sappiamo che qualcosa di drammatico sta accadendo nella organizzazione del mondo riproduttivo.

È da rifiutare, tuttavia, l’affermazione secondo la quale l’indifferenza che la classe capitalista internazionale mostra della perdita di vite umane prodotte dal capitalismo sia la prova che il capitale non ha più bisogno di forza lavoro bruta. In realtà la distruzione della vita su vasta scala è stata una componente strutturale del capitalismo sin dai suoi inizi, come contropartita necessaria all’accumulo di forza lavoro, accumulo che inevitabilmente presuppone un processo violento. La ricorrente “crisi riproduttiva”, di cui siamo stati testimoni in Africa negli ultimi decenni è radicata in questa dialettica di accumulo e di distruzione del lavoro. Anche l’espansione del lavoro non-contrattuale e altri fenomeni che dovrebbero essere considerati abomini in un “mondo moderno”, come la carcerazione di massa, il traffico di sangue, organi e altre parti del corpo umano deve essere letto in questo contesto.

Il capitalismo promuove una crisi riproduttiva permanente. Se questo non è stato più percepibile nella nostra vita, almeno in molte parti del Nord del mondo, è perché le catastrofi umane che ha causato, sono state esternalizzate alle colonie e razionalizzate come effetto di una cultura retrograda o un attaccamento a tradizioni sbagliate e “tribali”. Però, osservando dal punto di vista della totalità dei rapporti capitale-lavoro, questo sviluppo dimostra i continui sforzi del capitale per disperdere i lavoratori e minare gli sforzi per organizzare i lavoratori nei luoghi di lavoro. Insieme, queste tendenze hanno abolito i contratti sociali, deregolamentando i rapporti di lavoro, reintroducendo modelli occupazionali non contrattuali, distruggendo non solo i resti di comunismo che le lotte operaie avevano raggiunto, ma anche minacciando la creazione di nuove comuni.

Con l’impoverimento, la disoccupazione, gli straordinari, il numero di senzatetto e il debito, si è registrato un aumento della criminalizzazione della classe operaia, attraverso una politica di incarcerazione massiva della classe operaia che ricorda il grande isolamento del XVII secolo e la formazione di un proletariato, costituito da immigrati irregolari, studenti che non possono pagare i loro prestiti, produttori o venditori di merci illegali, lavoratrici del sesso. Si tratta di una moltitudine di proletari, che vivono e lavorano nell’ombra, e ci ricordano che la produzione di popolazione senza diritti − schiavi, servi senza contratto, braccianti, detenuti, sans papiers − rimane una necessità strutturale di accumulazione capitalistica.

*L’autrice italo-americana è professoressa emerita alla Hofstra University, dove è stata docente di Scienze Sociali.

[Trad. it. Massimo Bonato]

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