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La pena di morte nel mondo. Il rapporto di Amnesty International 2014

La pena di morte in 22 paesi del mondo registra dal 2013 un incremento del 28%. In testa la Cina che mette a morte “più persone, del resto del mondo messo insieme”.
Massimo Bonato on 01/04/2015 - 19:04 in Diritti

Amnesty International ha pubblicato il 1° aprile il rapporto annuale sul ricorso alla pena di morte nel mondo. Dati raccolti da associazioni e fonti governative, ma anche dagli stessi condannati o dai famigliari. Dati inevitabilmente in difetto, “da considerarsi come valori minimi” poiché per molti la pena di morte è coperta dal segreto di Stato:  Bielorussia, Cina, Vietnam per esempio. In particolare, i dati in Cina sono a tal punto secretati da rendere quasi impossibile la disamina del suo caso, che resta tra tutti il più importante, il più grave, con migliaia di esecuzioni ogni anno. Ma nei 22 paesi in cui si è registrato il ricorso alla pena di morte il dato è per tutti un aumento del 28% rispetto al 2013. Si tratta, al ribasso, di almeno 2466 esecuzioni, e di 19.094 nuove condanne.

Egitto, Nigeria, Pakistan, Cina, Vietnam, Stati Uniti… si ricorre alla pena di morte come risposta dello Stato a minacce alla sicurezza del paese, alla sicurezza pubblica, al terrorismo, alla criminalità. In Pakistan sono state condannate a morte centinaia di persone con accuse connesse al terrorismo. Per la Cina, nella campagna “Colpisci duro” che ha imperversato nella regione uighura dello Xinjiang si è trattato di spettacolarizzare le condanne di massa alla folta presenza della popolazione.
Punizione e deterrente, spesso la pena di morte viene comminata come extrema ratio in processi farsa, come risultato di confessioni estorte con la tortura; viene usata contro minori, contro disabili fisici o psichici, per adulterio o blasfemia nei paesi islamici.

I dati sono però contrastanti. Se è vero che si assiste da un lato a un aumento della pena di morte nel 2014 – dovuto probabilmente a esecuzioni di massa in Egitto (da 109 esecuzioni nel 2013 a 509 nel 2014) e in Nigeria (da 141 nel 2013 a 659 nel 2014) −, è vero anche l’inverso, che la tendenza più particolare volge a moratorie, a sospensioni o a un minor ricorso alla pena capitale. Come ci sono paesi che sono tornati alla pena di morte dopo un periodo di sospensione − Bielorussia, Egitto, Guinea Equatoriale, Giordania, Pakistan, Singapore e Emirati Arabi Uniti −, vi sono altri che nel 2014 non vi hanno fatto ricorso  − Bangladesh, Botswana, Indonesia, India, Kuwait e Sud Sudan.

Così si assiste, al di là delle cifre totali, ad alcuni sviluppi positivi: nell’Africa subsahariana sono state registrate 46 esecuzioni nel 2014 a fronte delle 64 del 2013; gli Stati Uniti restano l’unico paese delle Americhe a far ricorso alla pena capitale, ma anche qui con qualche flessione, che fa registrare un calo costante negli ultimi anni (39 esecuzioni nel 2013, 35 nel 2014) e una maggiore disponibilità alla moratoria, come è avvenuto nello Stato di Washington in febbraio; in Asia il numero di paesi che ricorre alla pena di morte è passato da dieci a nove, e in stati come la Corea del Sud o la Thailandia si sono aperti dibattiti per la messa al bando definitiva.

Il ricorso alla pena capitale resta una delle più gravi violazioni dei diritti umani, e si presta a essere l’arma di apparati giuridici che giustificano discriminazioni razziali, religiose, di genere, rendono un facile obiettivo la malattia mentale anziché considerarla una disabilità e non ultimo immettono in un percorso di crudeltà le vittime a cui non di rado, come accade in Cina, vengono espiantati gli organi dopo la morte.

In nessun caso la pena di morte ha dimostrato di valere come deterrente contro minacce presunte o reali, ma per contro ha innescato meccanismi di gravi violazioni dei diritti umani a partire dal sospetto, dall’indagine e l’arresto dell’imputato, gli interrogatori e il processo. Lottare per la messa al bando generale della pena di morte nel mondo non è soltanto il tentativo di far confluire gli Stati nell’alveo del diritto e degli standard giurisprudenziali internazionali, ma una salvaguardia della vita e della dignità umana.

M.B.

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