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“La mafia è una montagna di merda”. Il 9 maggio 1978 moriva Peppino Impastato

Massimo Bonato on 09/05/2015 - 09:30 in Memento

peppino-impastato_okPeppino (Giuseppe) Impastato, giornalista, militante di Democrazia proletaria, venne fatto saltare in aria la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani, per simulare un attentato terroristico.

La messinscena funzionò, e ci vollero 25 anni perché si tornasse a parlare di lui e a scoprire la verità. Soltanto il 5 marzo del 2001 sarebbe stato condannato a 30 anni di reclusione, per l’omicidio di Peppino Impastato, Vito Palazzolo, e all’ergastolo l’anno successivo Gaetano Badalamenti, in quanto mandante.

La messinscena funzionò perché lo stesso giorno venne rinvenuto il cadavere di Aldo Moro in via Caetani a Roma, e l’attenzione posta a questo oscurò del tutto la morte del giornalista siciliano. Funzionò perché forze dell’ordine, magistratura, stampa e lo stesso Pci di allora presero per buono ciò che la mafia voleva che si credesse: un pazzo idealista si era fatto saltare in aria su una linea ferroviaria.

Idealista Peppino lo era di sicuro, ma pazzo no. Aveva sognato una Sicilia liberata dalla mafia, perché, diceva, “La mafia è una montagna di merda”. Ma la mafia l’aveva in famiglia, l’aveva intorno: il padre lo aveva persino cacciato da casa per esservisi contrapposto.
Fondò l’associazione Musica e cultura a Cinisi, dov’era nato e dove viveva. Cominciò a occuparsi di questioni ambientali, del nucleare, di emancipazione femminile. Nel 1977 fondò poi Radio Aut, che trasmetteva da Terrasini, un’emittente di controinformazione, dalla quale gli attacchi alla mafia e ai politici locali si fecero più intensi e dissacranti, raccontando senza peli sulla lingua i legami tra criminalità organizzata e politica dalla sua trasmissione Onda pazza. Candidato per le comunali a Democrazia proletaria, non arrivò mai alle elezioni, anche se, simbolicamente, vi sarà chi lo voterà, riuscendo a farlo eleggere post mortem al consiglio comunale.

Soltanto con l’azione incessante della madre Felicia Bartolotta, del fratello Giovanni e dei compagni che avrebbero fondato nel 1977 il Centro siciliano di documentazione la memoria di Peppino Impastato non solo non si perse, ma lo riacquistò alla dignità di eroe, e alla giustizia che avrebbe meritato sin da subito.

Tra le tante iniziative a lui dedicate nel tempo, la più conosciuta rimane il film I cento passi di Marco Tullio Giordana, interpretato da Luigi Lo Cascio: cento passi che separavano la casa di Peppino Impastato dall’abitazione di chi lo avrebbe ucciso, Tano Badalamenti.

M.B.

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