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Indonesia. La tragedia dei migranti bengalesi e Rohingya

Rifiutati dalla Malesia, cacciati dalla Thailandia, ogni giorno arrivano a centinaia, migliaia i migranti bengalesi e di etnia Rohingya sulle coste indonesiane. E muoiono di fame e di sete
Massimo Bonato on 19/05/2015 - 10:45 in Diritti

Ormai quotidianamente il Golfo di Thailandia, il Mar cinese meridionale vengono solcati da barconi di disperati che rigettati da Thailandia e Malesia finiscono sulle coste indonesiane. Barconi di legno con a bordo centinaia di persone provenienti dal Bangladesh o di etnia Rohingya, che sperano di raggiungere la provincia islamica a nord di Sumatra, Aceh. Provincia a statuto autonomo.

Sono migranti e rifugiati che finiscono per trascorrere mesi in mare, senza cibo, senza acqua, senza igiene. E i morti non si contano più.

5558677849045L’11 maggio sono stati intercettati al largo delle coste indonesiane quattro barconi con 1400 migranti, nel torno di poche ore altri 600; altri 400 sono stati rinvenuti il 14 maggio al largo, in totale mancanza di acqua potabile a bordo, il 15 maggio ne son stati salvati 677 dopo che sul battello erano scoppiati incidenti tra le due etnie che hanno causato 200 morti, tra cui sette bambini.

Restano a bordo due, tre mesi. Muoiono di fame, di disidratazione, o buttati in mare da una tempesta, o perché la nave finisce per affondare, o appunto, per i non rari incidenti che scoppiano nella contesa di quel poco cibo o di quella poca acqua che rimangono.

o-CHRISTOPHE-ROHINGYA-900L’11 maggio sono state sentite le autorità thailandesi che le Nazioni Unite accusano ora di rifiutare i soccorsi: “Abbiamo rifiutato loro l’ingresso nel Paese ma gli abbiamo fornito cibo e acqua nel rispetto dei doveri verso i diritti umani” ha dichiarato a Reuters il capo della polizia thai Puttichat Akhachan. E a ciò, l’ammiraglio della Royal Navy thailandese, Somchai Na Bangchang, ha aggiunto che comunque bengalesi e Rohingya puntano alle coste malesi o indonesiane, non alla Thailandia.

Paese che, assieme alla Malesia, lo scorso anno è finito nella black list statunitense per quanto riguarda il traffico di esseri umani.

Anche se il segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki-moon, preoccupato del fatto che nel Sud-est asiatico vi siano nazioni che si permettano di rifiutare asilo e aiuti ai migranti, si è sentito rispondere qualcosa di molto simile a un “Nessuno li vuole”.

“Che cosa vi aspettate da noi?” dice retoricamente il ministro degli Interni malese Wan Junaidi Junaidi, “Noi siamo stati gentili con chi è entrato nelle nostre acque territoriali. Li abbiamo trattati umanamente, ma non possono attraccare. Abbiamo mandato loro un messaggio chiaro, che non sono i benvenuti qui”. E a lui fa eco dall’altro capo della costa il primo ministro thailandese, generale Prayuth Chan-ocha, ripetendo che il suo Paese non può ospitare rifugiati: “Se li accettassimo tutti, chiunque finirebbe per venire qui. E chi ce li dà i soldi per mantenerli?” («International Business Times»).

main_gj_170515_pg35A_geraldine_1Dal Bangladesh fuggono alla miseria. Ma l’etnia Rohingya, di religione islamica, sfugge alle persecuzioni religiose degli estremisti buddisti birmani. La Birmania del resto non concede loro neanche il diritto di cittadinanza, e di fatto restano apolidi, senza accesso all’istruzione o alla sanità. Sono circa 800mila, relegati in ghetti o in campi profughi distribuiti sul confine thailandese. Sono il vero nocciolo duro del problema perché premono sulle frontiere del vicino Paese, e la Thailandia ha taciuto il problema finché le fosse comuni dei “campi di schiavi” del sud hanno cominciato a far parlare del traffico di esseri umani al livello internazionale.

[Leggi anche Myanmar. La persecuzione dei musulmani Rohingya]
[Leggi anche Thailandia. La tratta di esseri umani. Cacciatori sulle orme dei trafficanti]

Così, dal governo centrale un giro di vite sul traffico di esseri umani. Così i Rohingya ora vengono rifiutati alle frontiere e obbligati a imbarcarsi per viaggi di disperazione, ma anche vengono gettati in mare dai trafficanti per sfuggire ai controlli, come è accaduto ai 1018 abbandonati davanti all’isola di Langkawi in questi giorni («The Malay Mail»).

Spinti a imbarcarsi dalle autorità, abbandonati su barconi per sfollare i campi di schiavi dai trafficanti che hanno lucrato sulla loro vendita ai pescatori cinesi e thai, Rohingya e bengalesi finiscono su barconi per mesi nel tentativo di raggiungere le coste della provincia islamica di Aceh al nord di Sumatra, rimanendo in mare anche per mesi, quando il carburante finisce, senz’acqua, senza cibo. Alla fine un qualsiasi approdo significa soltanto scampare a morte certa. Così rimane l’Indonesia, che oltre ai propri guardiamarina ha allertato e sensibilizzato i pescatori che lavorano nelle sue acque, e non di rado rimbalza il problema alla vicina Australia, che ha ormai anch’essa pieni i campi profughi approntati sulle isole al largo del continente.

[Leggi anche Asylum-seeker detention centre. Le “Guantanamo australiane” dove finiscono i rifugiati

Intanto continuano ad arrivare, stremati, a migliaia. Solo giovedì scorso, 14 maggio una rissa scoppiata a bordo di un barcone nella contesa di acqua e cibo ha causato 200 morti tra cui sette bambini, e si è saputo soltanto la domenica, quando sono stati recuperati e salvati dalla marina indonesiana i restanti 677 («Radio Australia»).

M.B.

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