/ Comunicazione / Inclusione vs esclusione

Inclusione vs esclusione

Massimo Bonato on 06/05/2012 - 00:54 in Comunicazione

Mentre la signora Fornero si sforza di convincere gli esclusi a comprendere l’esclusione, mi vien da pensare che proprio dall’esclusione, come fenomeno dalle poliedriche manifestazioni, le componenti della società  con grandi sforzi si sono ravvicinate nelle ultime decadi, trasformando quelle stesse differenti condizioni di esclusione in motivo di inclusione. Cominciammo con la legge voluta da Franco Basaglia, la 180/1978. La psichiatria divenne antipsichiatria e cominciò perlomeno a mostrare le lacune attraverso le quali era possibile riacquistare umanità nel mondo disumanizzato dei manicomi. E’ un percorso, pieno ancora oggi di insidie e di difficoltà, di manchevolezze (basterebbe farsene un’idea parlando con gli operatori sociali) ma un percorso che ha “incluso” nella società civile persone allora escluse, o quantomeno ha cominciato a creare una differente percezione di esse in quelli che urbanamente sono soliti chiamarsi “normodotati”. Ancora oggi, come per “amore”, o “contesto”, “normalità” è concetto che sfugge a una definizione conclusa, a un universo finito di idee catalogabili e date per scontate. Forse stanno lì a dimostrarci quanto il pensiero abbia bisogno ineluttabilmente di livelli di analisi differenziati per comprendere, o anche soltanto per “sentire”, percepire un istante di aver sfiorato una verità che immancabilmente si tramuta in qualcos’altro un istante dopo.

Abbiamo iniziato percorsi diversi, e bisognerebbe tenere molto ben presente tutti i percorsi in cui la società moderna è implicata quando si parla di modernità – gli esempi si possono moltiplicare e ciascuno di essi potrebbe innescare critiche e polemiche, ma uno per tutti valga l’inserimento dell’insegnante di sostegno nelle classi delle scuole primarie nelle quali, in Italia, “normodotati” e “diversamente abili” convivono: nella avanzata Danimarca il sistema scolastico prevede separazione e non inclusione, per questo l’insegnante di sostegno italiano è un”faro” della moderna concezione pedagogica di cui anche società avanzate si rendono deficitarie. A ben vedere la modernità è inclusione. Non livellamento, ma concentrazione sul bisogno dell’altro e suo superamento. Se la paura della morte e la paura dell’altro sono i grandi mali dell’essere, allora i percorsi iniziati, e in corso, per fare dell’altro un po’ meno altro e se stessi un po’ meno se stessi, cercando una convergenza anche soltanto percettiva nel considerarsi come esseri umani e basta, sono percorsi di modernità. In questi percorsi mancava il carcere. L’inclusione del carcere nelle nostre vite, nella nostra individuale percezione mi pare iniziata da poco. Iniziata certamente da molto per le fasce della popolazione da sempre impegnate nella lotta sociale e politica, ma per i “normodotati” di cui sopra iniziata ora con la diffusione di lotte che sempre più spesso accomunano in modo ormai completamente trasversale vissuti completamente distinti. Molti cominciano a considerare la possibilità di finire in carcere, o anche soltanto a percepire il carcere come un luogo o uno stato, come qualche anno anno fa non credo avrebbero immaginato tanto a sé prossimo. Penso al movimento No Tav che conosco un poco, un movimento di gente comune speculare a molteplici e differenziate realtà di lotta ora presenti in Italia. Unico nel suo genere per tenacia e vigore, per quantità di  interessi sottesi al quale si contrappone, ma composto da gente comune. Portare in carcere la gente comune significa aprire anche questa realtà alla realtà sociale, al di là degli interventi in esso agiti negli anni da esperti e operatori. Soprattutto significa anche in questo caso un processo di inclusione. Ecco, credo che in questo suo parlare di esclusione la signora Fornero non concepisca il valore morale della modernità, che da decenni lavora instancabilmente sulla rotta vincente dell’inclusione. Quando parliamo di posti di lavoro, dunque, non parliamo di un’astrattezza contabile, parliamo di esseri umani: parlarne in termini di astrattezza contabile non è soltanto “percettivamente” amorale, è socialmente antistorico.

M.B.

Comments are disabled
Rate this article

Comments are closed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: