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Guerra di Crimea. Una guerra dimenticata, spartiacque tra Santa Alleanza e modernità

Massimo Bonato on 08/11/2015 - 11:39 in Cultura, Libri

La Guerra di Crimea nel libro di Orlando Figes per Einaudi. Documenti, narrazioni, lettere, la viva voce di chi la combatté e vi perse la vita. La prima vera guerra totale e l’ultima delle crociate che segnarono il passaggio alla modernità. Qui nacquero il concetto di triage ospedaliero, la fotografia come reportage, il corrispondente di guerra; qui nacque l’opinione pubblica. Qui nacquero gli stati nazionali.



La Guerra di Crimea (1853-56) è una guerra dimenticata, superata dai simboli della Prima guerra mondiale, destinata a devastare il cuore dell’Europa i primi del Novecento. Eppure, la Guerra di Crimea si presenta come il passaggio definitivo e drammatico alla modernità, attraverso quella che a buon diritto può essere al contempo definita l’ultima crociata e la prima guerra totale.

In Crimea, l’ultima crociata (Einaudi 2015) lo storico Orlando Figes ricostruisce gli antecedenti che condussero al conflitto, i fatti e la storia, passando attraverso i documenti, i resoconti dei soldati, le lettere alle famiglie, gli articoli giornalistici di allora, fornendo per la prima volta uno spaccato della guerra che tiene conto di aspetti fino a ora valutati dagli storici come secondari, non prettamente rilevanti se non addirittura aneddotici.

La vocazione della Russia a porsi come baluardo europeo contro l‘islam ottomano, incontra in Nicola I il senso di missione per la salvaguardia dei cristiani a Gerusalemme e Terra Santa. Tradotto nella sua politica estera, significa anche esercitare direttamente un controllo sulla Terra Santa, sul Mar Nero che affaccia sulla Turchia e dal Bosforo dipende per aprire la Sublime Porta, comunicazione tra Oriente e Occidente.

Quando nel 1846 la Pasqua coincide per cristiani cattolici e ortodossi, a Gerusalemme sorge il problema su chi per primo abbia diritto a celebrare la liturgia del Venerdì Santo. Le discussioni si trasformano in alterchi, gli alterchi in risse tra sacerdoti, e poi tra monaci di diverse confessioni, fino a divampare in aperti scontri di piazza che lasciano sul selciato oltre 40 morti.

Per salvaguardare i cattolici, ma soprattutto per impedire l’egemonia della Russia su Terra Santa e Mar Nero, Francia e Inghilterra si schierarono con i turchi ottomani. Alla lunga, Austria prima, Piemonte poi, si trovarono a combattere un guerra che venne sin dal principio percepita dalla Russia come un profondo e paradossale tradimento: cristiani cattolici e islamici uniti contro i cristiani ortodossi, in un crescente odio paneuropeo verso la Russia.

L’ultima crociata. Ma anche l’ultima guerra concepita da un’aristocrazia che anteponeva l’eleganza e l’etichetta, la forma e il rigore all’arte della guerra, alla strategia.

La distanza tra Stato maggiore ed esercito, la palese incapacità di comandare di taluni ufficiali, gli ordini contraddittori causarono 800mila morti in battaglia; nel solo assedio di Sebastopoli vennero scavati 120 chilometri di trincee e sparati 150 milioni di pallottole.

Fu certamente la guerra più sanguinosa dell’Ottocento. Ma fu lo spartiacque con la modernità anche per diverse altre ragioni.

Qui nacque il concetto di triage. Troppi erano i feriti da curare, poco il personale e lo spazio in cui accoglierli: bisognava selezionare in base alla gravità delle ferite.

Qui la fotografia sostituì la pittura, anche se la tecnologia aveva bisogno di tempi di esposizione tali da richiedere pose che non avevano nulla dell’impatto immediato della realtà. Ma lo stesso, la fotografia aprì un capitolo che non si sarebbe mai più chiuso: se l’immagine di posa andava a vantaggio di una storia raccontata dall’alto, dalla propaganda, raccontava per la prima volta anche di eccidi e menomazioni, di trincee piene di fango e sangue che i dipinti inneggianti alle vittorie di questi o quelli non avevano mai portato agli occhi del grande pubblico.

E il grande pubblico divenne per la prima volta partecipe e arbitro. Qui nacque l’opinione pubblica. Erano gli anni in cui il telegrafo si stava espandendo ovunque con entusiasmo e arrivò fino in Crimea, per far sì che le notizie arrivassero quasi in tempo reale alle redazioni dei giornali inglesi e francesi. Per la prima volta. Ma questo significò poter saltare a piè pari la censura degli Stati maggiori da un lato e dei governanti dall’altro: nasceva il corrispondente di guerra. Non il giornalista assoldato dagli eserciti perché raccontasse quel che il generale di turno voleva si scrivesse, ma chi aveva libero accesso all’informazione e quella riferiva al proprio giornale, che aveva a cuore le vendite più che le sorti di un conflitto. Ma vendite significava lettori, lettori significava un’ampia base che godeva di notizie di prima mano realistiche, significava poter agire con proteste sul governo.

Qui, in definitiva, nascevano gli stati nazionali, che si lasciavano ormai alle spalle la Santa Alleanza, nascevano l’Italia, la Germania e la Romania.

Orlando Figes, Crimea, l’ultima crociata, Einaudi, Torino 2015, pp 532, 35 euro.

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