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Colombia. Le donne emberá-chamí contro l’infibulazione

_omissis_ on 14/08/2015 - 21:31 in Diritti, MondoD

Le donne della comunità emberá-chamí lottano per sradicare la pratica dell’infibulazione in Colombia, l’unico paese sudamericano dove si è registrata questa pratica. Le autorità governative e indigene optano per una trasformazione culturale che durerà decenni.

“Il clitoride diventa il centro: alcune sette cristiane lo chiamano “la campana dell’inferno”

“La tradizione deve dare vita non dolore o morte”

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“Tutti sanno che una cultura secolare non si cambierà se non in termini di generazioni”



Norfilia Caizales non seppe che al suo corpo mancava qualcosa fino a qualche anno fa. Fin da bambina fu una brava donna. Sua madre le insegnò a macinare grano, impastare focacce, tenere la casa, ma non ad avere figli. Questo venne più tardi. Il suo apparato riproduttivo è sempre stato un mistero, non sapeva che cosa sono le mestruazioni, e non lasciò che suo marito la toccasse, fino a che, un mese dopo essersi sposata, si recò da un prete che la consolò spiegandole come il contatto fisico non sia peccato quando avviene all’interno del matrimonio.

maxresdefaultLe donne emberá-chimí vivono con un corpo al nascosto. È sacro, come un fiore che appassirebbe al contatto con la luce. È un oggetto fragile, dal quale provengono le creature che mantengono viva la comunità. In questa riserva, dove la tradizione è la legge, le donne di questa etnia hanno perpetuato con naturalezza per secoli una pratica di cui in America non se ne conosce esattamente l’inizio: l’infibulazione.

Nel 2007, gli emberá-chamí hanno rotto un incantesimo, una sorta di malocchio. Quell’anno, una ragazzina morì nell’ospedale di Pueblo Rico, nel dipartimento di Risaralda, regione centrale della Colombia, dove vivono circa 25.000 emberá. Una morte che proiettò Paese e continente nella mappa della mutilazione genitale femminile, fino ad allora ristretta ad Asia e Africa. Il medico che curò la ragazza si rese conto che le mancava il clitoride. Il caso scoperchiò il vaso di Pandora. Apparvero altre bambine mutilate e si venne sapere che la maggior parte delle donne di questa comunità lo erano. L’attenzione della società si accese sulla comunità. Li chiamarono selvaggi, cattivi, violenti ed ebbe inizio la lotta per sradicare l’infibulazione dalla cultura emberá-chamí.

Norfilia Caizales non lo sapeva neanche che al suo corpo mancava una parte. Non sapeva a che servisse né perché gliela tagliarono. Ora, con una lucidità abbagliante, quasi rivoluzionaria, vuole diventare una levatrice, perché nessun’altra bambina debba subire questo in Colombia.

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Le levatrici

Le levatrici sono donne che aiutano le partorienti a dare alla luce il figlio. Sono, per le loro competenze, un tipo di autorità per gli indigeni, simili, sebbene inferiori, ai loro guaritori, che chiamano jaibanás. Sanno che cosa deve mangiare una donna incinta perché il bambino cresca sano di corpo e di mente. Conoscono il processo del parto e quali preparati di erbe e rimedi applicare in ogni momento, cosa su cui mantengono il loro segreto. E sanno anche che alla maggior parte delle donne emberá-chamí manca il clitoride, anche se non lo hanno mai chiamato così.

Il corpo della donna è tanto privato che il sesso si fa solo al buio e gli uomini non possono assistere alla nascita di un figlio. Ad assistere la partoriente sono madre, nonna e levatrice. Sono loro a sapere come si fa, quando arriva il momento, e si trasmettono il sapere da una generazione all’altra. “Mia madre mi ha insegnato che per mettere al mondo un figlio dovevo aprire le gambe, mettere la mano e aspettare. Dopo 20 minuti, finché l’ombelico non si svuota, si taglia e si fa il nodo” racconta in una caffetteria di Bogotá una emigrata che ebbe da sola la figlia, nel bagno di casa sua, lontana da tutti, in uno dei villaggio attorno a Pueblo Rico, quindici anni prima. Neanche le levatrici riescono a seguire tutte le nascite. Il centro sanitario più vicino può essere a giorni di viaggio, un cammino che comincia a piedi, o sul dorso di qualche animale nella giungla, dove vivono, e proseguire sulla strada. Ma si fa sorda quando si parla della “cura”. Così chiamano l’infibulazione.

Il libro Embera Wera, frutto delle esperienze di quattro anni di progetti per promuovere l’emancipazione delle donne in questa comunità tra il 2007 e il 2011, spiega che le emberá hanno una relazione molto forte con il proprio corpo e i propri figli. Esaminano accuratamente i neonati alla ricerca di malformazioni. Le levatrici prestano un’attenzione particolare al clitoride delle piccole: “Se sporgeva dalle labbra veniva tagliato dalla levatrice perché così si garantiva una crescita normale” spiega il libro, basato sulle dichiarazioni delle donne intervistate. Gli strumenti erano forbici, lame di rasoio, qualsiasi cosa capace di compiere un taglio netto in grado di cicatrizzare con una miscela segreta di erbe.

Tra la storia e il mito

L’origine dell’infibulazione in Colombia oscilla tra la storia e il mito. Il dubbio che si tratti di un costume ancestrale rimane, però la maggior parte delle teorie sostengono che sia dovuto a qualcosa che venne prima o dopo o durante la colonizzazione.

Victor Zualga è uno storico ormai in pensione che ha lavorato alla Universidad Tecnológica de Pereira e ha avuto lunga pratica delle comunità emberá-chamí di Risaralda dagli anni Settanta. Da allora ha raccolto storie e leggende sulle loro origini e tradizioni. Racconta che nel secolo XVII, quando i coloni avevano preso il controllo della maggior parte dei popoli indigeni, i chamí diventarono nomadi. Vivevano più di caccia e pesca che di agricoltura o di attività estrattive. Il nomadismo servì loro per trasferire beni dalla costa alle montagne. Il tragitto passava per Tadó, un villaggio ricco di oro attualmente nel dipartimento di Chocó, dove finirono a lavorare centinaia di schiavi africani.  A seconda degli accordi, di sabato o di domenica, schiavi e indigeni godevano di un piccolo spazio di libertà in cui condividere costumi e rituali.

Quegli schiavi venivano dal Mali. Adusi a che l’uomo passasse molto tempo fuori casa, insegnarono agli embera, che si trovavano nel luogo per due o tre settimane a caccia di un animale perso nella giungla, a controllare la libido delle loro mogli.

Il senso della “cura” è di mettere la donna in una condizione tale da non poter venir meno alla fedeltà. Il clitoride diventa il centro: alcune sette cristiane lo chiamano “la campana dell’inferno”.

La prima volta che sentì parlare dell’infibulazione fu negli anni Settanta, quando una levatrice gli disse che dopo a distanza di due o tre mesi dal parto, alla bambina si tagliava “la cosina”. “Si prende un chiodo, lo si mette sulla brace, e quando è rosso lo mettiamo e lo bruciamo”. Mentre racconta, il professore imita lo stupore che gli si dipinse in volto ascoltando allora. “Ascoltavo la testimonianza di una persona che la praticava, ma non riuscii a dargli una dimensione né a credere fosse una pratica ancora in corso. Credetti si trattasse di qualcosa accaduto in passato”.

Sradicamento e responsabilizzazione

embera-indian-tribe-panama-city-panama+12945945440-tpfil02aw-15500Alberto Wazorna è un emberá-chamí ed era un alto consigliere degli indigeni di Risaralda nel 2007. Fu uno degli esponenti di maggior spicco nella volontà di trasformazione culturale che in questi anni la comunità ha sperimentato. Si sente un privilegiato per aver potuto assistere a questa rivoluzione. “Fu un processo nel quale la donna si rese conto del fatto che una pratica che considerava culturale stava danneggiando le bambine della comunità. Abbiamo imparato che la tradizione deve dare vita non dolore o morte” dice, seduto su una sedia della biblioteca per bambini di Mistrató − un altro dei comuni di Risaralda, dove si erano verificati decessi per infibulazione negli ultimi anni −, nel corso di un laboratorio in cui giovani emberá si formano per diventare i futuri leader della comunità.

Wazorna insiste sul fatto che i primi a essere sorpresi furono loro, gli uomini: “Non ne sapevamo niente” ripete quello che allora era consigliere della Organizzazione nazionale degli indigeni della Colombia, Onic, “alla comunità ha portato un conflitto molto complesso. E ci toccò affrontarlo”, dal momento che un comitato formato da agenzie governative – guidata dall’Istituto colombiano per la salute della famiglia, Icbf – e internazionali – guidate dal Fondo delle popolazioni delle Nazioni Unite per la Colombia, Unfpa – si assunse il compito di sensibilizzare alla trasformazione culturale. Attraversarono la giungla battendo tutte le piste possibili per raggiungere i villaggi dell’area di Pueblo Rico e Mistrató dove si sapeva di casi di infibulazione.

Embera Drua 0018Vennero organizzati laboratori e conferenze, incontri con le donne, specialmente con le levatrici, per trasmettere loro la preoccupazione unanime. Oggi, dice l’Icbf, circa il 30% delle levatrici è dalla sua parte, si è impegnata a non proseguire la pratica dell’infibulazione e anzi profonde sforzi per arrivare al suo sradicamento. La Onic calcola che i casi si siano ridotti dell’80%, ma non c’è modo di confermare i dati, posto che mancano a priori dati quantitativi sull’infibulazione stessa. Tutti sanno che una cultura secolare non si cambierà se non in termini di generazioni.

L’operazione risiede nell’educare non nel punire, perché le donne assumano un ruolo più importante nella loro comunità, nel governo, perché abbiano voce in capitolo.

La legge colombiana non prevede il divieto dell’infibulazione; solo al livello comunitario esistono una pena detentiva di 24 ore o una pena a 3 anni di lavori forzati per donne che variamente abbiano partecipato all’infibulazione. Delfín Arce, alto consigliere degli indigeni di Risaralda, afferma che negli ultimi anni sono circa 300 le donne sottoposte a pena, cosa che tanto l’Icbf, tanto l’Unfpa o la Onic considerano controproducente e ingiusto, dal momento che le donne sono vittime non solo della mutilazione e delle sue conseguenze, della discriminazione nelle comunità, ma anche dello stigma a cui vanno incontro perpetuando una tradizione violenta e pericolosa.

124465090.fl8gX2H8.Panamapeop_agirlsI rappresentanti delle istituzioni collocano nell’ottobre 2012 il fatto più importante nel dialogo in corso per lo sradicamento dell’infibulazione. In un vertice di autorità dello stato, indigene e non indigene, venne per la prima volta proibito in maniera ufficiale la mutilazione genitale femminile. “La cultura deve generare vita, non morte” fu la conclusione a cui giunse la riunione. Erano cinque anni che lavoravano per portare un cambiamento, però, prima di tutto, avrebbero dovuto e dovranno sopprimere la diseguaglianza.

Preoccupazioni della donna emberá

  • “Le donne spesso muoiono di parto e alcune bambine per la ‘cura’”.
  • “Se la donna non può avere figli o si fa in modo che non ne abbia, l’uomo la picchia perché crede che lo stia imbrogliando”.
  • “A Pueblo Rico e a Mistrató danno in sposa bambine di 10 o 12 anni, e questo è come uno stupro”.
  • “A noi donne ci picchiano con machete, bastoni, e gli uomini minacciano che se li denunciamo ci ammazzano. Per questo non han potuto fare in modo che castigassero i loro mariti, perché le avrebbero lasciate o ammazzate”.
  • “Se una compagna rimane vedova le se danna la mente e se ne va a Bogotá a mendicare dicendo di essere una emigrata”.
  • “Se avanza la pianificazione la comunità non avrà futuro … Le donne stanno adoperando dispositivi che producono cancro all’utero, le pastiglie stanno dando loro dei problemi di salute e disagi. Non è permesso pianificare con metodi occidentali, ma con quelli tradizionali sì, per decidere se avere più figli quando l’ultimo sia già grandicello. Ora sono gli uomini a stabilire quanti figli vogliono”.
  • “C’è molto maltrattamento fisico, verbale e abuso sessuale tra le mura domestiche e nella famiglia; alcuni uomini non rispettano le donne e che molti di essi frequentemente abusino di alcol peggiora la situazione”.
  • “Nei casi di maltrattamento noi donne ci lamentiamo con le autorità o il governatore, che finiscono per punire entrambe i coniugi, senza tener conto che le donne non hanno colpa; è nel caso di ubriachezza che alla donna non vengono applicate sanzioni”.

Le citazioni riflettono le inquietudini di un gruppo di donne che ebbero una riunione nel 2009 con le autorità indigene di Risaralda, con l’obiettivo di tracciare le linee di lavoro per garantire loro maggiore autorità e garanzie. In questa riunione, celebrata all’insegna del progetto Embera Wera, iniziato nel 2007 grazie al Crir, alla Onic e all’Unfpa per emancipare le donne di questa comunità, si decise per la proibizione al livello regionale della mutilazione genitale femminile.

Articolo originale di Alba Tobella M., uscito su «El Pais» con il titolo Las mujeres que aprendieron a defender su clítoris

[Trad. it. Massimo Bonato]

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