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Cina. Le riforme non bastano a fermare la tortura. L’agghiacciante rapporto di Amnesty International

Massimo Bonato on 13/11/2015 - 10:55 in Diritti

Una relazione dura quella di Amnesty International sulla tortura in Cina: sospettati e avvocati continuano a subire sevizie negli interrogatori e in carcere. “Per la polizia, ottenere una confessione è ancora il modo più semplice per ottenere una condanna”.



Il sistema legale cinese è stato oggetto di recenti riforme, che non si sono però dimostrate sufficienti a fermare torture e maltrattamenti a cui vengono sottoposti i sospettati per forzarne la confessione. È quanto emerge da un duro rapporto pubblicato da Amnesty International mercoledì 11 novembre, dal titolo No end in sight: torture and forced confessions in China.

È dal 2010 che il governo cinese è sotto pressione da parte della comunità internazionale. Risponde costantemente ormai al controllo, al monitoraggio che a livello planetario rende conto delle violazioni dei diritti umani. Ma sono risposte, che seppure generano riforme giuridiche e piccole migliorie nel sistema giurisprudenziale, non spostano definitivamente l’asse del problema. Manca, come denuncia Amnesty International, una definizione coerente di tortura nella giurisprudenza cinese, cosicché ogni condanna della tortura da parte dello Stato risulta quantomeno vaga. Anche gli avvocati che cercano di indagare o chiedere risarcimenti per danni imputabili alla tortura vengono come minimo ostacolati sistematicamente da polizia, pubblici ministeri e tribunali.

Il rapporto racconta di casi e pratiche agghiaccianti con cui le forze di polizia ottengono confessioni. Gli agenti continuano a impiegare metodi di tortura medievali contro oppositori del governo, attivisti per i diritti umani, firmatari di petizioni che vengono pestati con verghe ricoperte di spilli o chiodi, fatti sedere su sedili di ferro arroventati, sottoposti a elettrochoc, privati di cibo, sonno, e acqua.

“Per la polizia, ottenere una confessione è ancora il modo più semplice per ottenere una condanna” dichiara in un comunicato Patrick Poon, ricercatore di Amnesty International e autore del rapporto, “Da Pechino a Hunan per Guangdong per Heilongjiang, ci sono casi di tortura in molti, molti posti. Il problema è ancora molto diffuso in diverse province. Non è concentrato in una determinata area” ha detto.

Ma anche per gli avvocati le cose non vanno meglio. Il rapporto mette in luce che quelli che tentano di portare a galla questa vergogna del sistema giuridico e carcerario cinese, divengono immediatamente essi stessi oggetto di maltrattamenti e molestie. Soltanto del campione di 40 avvocati avvicinato e intervistato da Amnesty International, 10 hanno dichiarato di aver subito personalmente “tortura o altri maltrattamenti” mentre lavoravano su casi riguardanti gli abusi nel sistema giudiziario. A riprova di ciò, e come aggravante, risulta l’inasprimento repressivo che hanno di recente subito in Cina proprio avvocati e attivisti impegnati sul fronte della salvaguardia dei diritti umani: 248 attivisti e avvocati arrestati, 28 dei quali ancora in custodia della polizia o spariti.

E Patrick Poon si chiede: “In un sistema in cui persino gli avvocati possono finire per essere torturati dalla polizia, che speranze possono avere i comuni imputati?”

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