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Cile. Acqua bene comune. La lotta per la deprivatizzazione

Criminalizzate dalla stampa, assediate giuridicamente e sempre sotto la minaccia della repressione non si fermano le decine di comunità e organizzazioni in lotta per sottrarre al profitto privato un diritto fondamentale dell’uomo, l’acqua.
Massimo Bonato on 29/04/2014 - 20:41 in Resistenze
di Massimo Bonato
Sabato 26 aprile a Santiago del Cile decine di organizzazioni e comunità si sono ritrovate a chiedere la deprivatizzazione dell’acqua imposta sotto il regime di Pinochet. Le migliaia di manifestanti chiedono che venga abrogato il Código de Aguas del 1981 che privatizzò le sorgenti e la gestione delle risorse idriche, ed è ancora in vigore. Ma pure si oppongono alla costruzione del progetto idroelettrico Alto Maipo. Una risorsa, l’acqua, che deve tornare allo Stato e ai cittadini.
Chi scrive la Dichiarazione ufficiale di mobilitazione per il recupero e la difesa dell’acqua denuncia l’indifferenza delle autorità, i mezzi di comunicazione ossequiosi al lucro rappresentato dal Código de Aguas, la Costituzione e gli Accordi internazionali come il Trattato binazionale minerario, “però fondamentalmente l’imposizione di una cultura che considera normale che l’acqua caduta dal cielo abbia dei padroni”.
Il Código de Aguas viene garantito dall’articolo 19 comma 24 della Costituzione, che salvaguarda il diritto alla proprietà privata al punto di concedere a compagnie private la libertà di acquisto, vendita e locazione delle risorse idriche, senza considerazione alcuna per le priorità d’uso delle acque stesse. Con una differenza, la creazione di due categorie di diritto di approvigionamento: consultivo e non consultivo. Del primo tipo si avvalgono fondamentalmente le imprese minerarie e agroalimentari da esportazione; ma l’80% dei diritti non consultivi di approvigionamento sono in mano alla transnazionale Endesa.
Dal canto suo, il Trattato binazionale minerario (sottoscritto nel 1997 e ratificato nel 2001), aprendo ai capitali delle imprese minerarie, ha messo a repentaglio l’esistenza stessa dell’ecosistema glaciale del Paese. A questo è seguita la vendita delle aziende farmaceutiche, per le quali lo sfruttamento delle acque è basilare: basti pensare che nel solo 2011 l’azienda Aguas Andinas ricavò da questo mercato 11,1 miliardi di pesos (circa 2 miliardi di dollari).
La privatizzazione dell’acqua porta con sé molti significati: dall’indifferenza del bene comune all’indifferenza per le necessità della popolazione, perché l’unico valore che resta è la legge del profitto che volge lo sguardo là dove compra il migliore offerente. E il migliore offerente non è il campesino, ma neanche il pescatore, l’operaio o lo studente, la famiglia o una comunità; i migliori offerenti sono le imprese sorte per il disboscamento delle foreste de cui traggono legname, le imprese minerarie, le aziende farmaceutiche privatizzate anch’esse sino alle grandi imprese di pesca che saccheggiano i mari senza sosta. Un profitto che crea danni ambientali ed ecologici irreparabili, oltreché impoverire ulteriormente la popolazione.
Un momento della manifestazione di sabato 26 aprile a Santiago del Cile
Il 26 aprile, la manifestazione che si è tenuta a Santiago ha portato parole d’ordine precise:
– la fine del profitto, perché l’acqua è un bene comune e un diritto umano fondamentale;
– la richiesta di proprietà collettiva, perché lo Stato garantisca una distribuzione equa e democratica, territoriale, facendosi carico del mantenimento degli ecosistemi;
– una gestione comunitaria, perché il popolo detiene il diritto di determinare il proprio modo di vivere, e allo stesso modo deve seguire una moratoria del modello di sviluppo minerario, forestale, energetico e agroalimentare in modo da valutare costi e benefici che ne han tratto i territori, il Paese e il pianeta,
– l’abrogazione degli strumenti giuridici di privatizzazione, come il Código de Aguas e il Trattato binazionale minerario, perché l’acqua è un bene comune e non privatizzabile,
– leggi a favore della vita, per salvaguardare gli ambienti più fragili, come l’ecosistema glaciale e periglaciale;
– la ristrutturazione istituzionale, perché alla Direzione generale delle acque non siano permesse condotte criminali, perché non sia uno strumento di saccheggio ma servizio per le comunità;
– fine della criminalizzazione della protesta sociale, perché le comunità e le organizzazioni che si mobilitano per frenare la crisi idrica vengono criminalizzate dalla stampa, assediate giuridicamente e incarcerate senza colpa per aver denunciato la “impresentabile precarietà” in cui il Cile vive.
Peter Brabeck
L’idea della privatizzazione dell’acqua prende purtroppo piede ovunque. Nel 2005 l’amministratore delegato della Nestlé, Peter Brabeck, affermò che non ci sia nulla di cui preoccuparsi riguardo ai cibi OGM, che i profitti importino più di ogni altra cosa, che la gente dovrebbe lavorare di più e che gli esseri umani non abbiano diritto all’acqua. Ovvero che “L’acqua è, certamente, la più importante delle materie prime che abbiamo oggi nel mondo. La questione è se dovremmo privatizzare la fornitura dell’acqua comune per la popolazione. E ci sono due opinioni diverse in merito. Un’opinione, che ritengo sia estremistica, è rappresentata dalle Ong, che fanno rumore allo scopo di dichiarare l’acqua un diritto pubblico”.
Chi lotta per salvaguardare i diritti fondamentali e il bene pubblico è ormai un estremista, un terrorista agli occhi delle multinazionali che guidano le politiche statali. Nero su bianco.
M.B. 29.04.14
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