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Canada. Violenze sulle donne native e abusi polizieschi Scandalo nella polizia del Quebec

Polizia del Quebec sotto inchiesta. Violenze e abusi sulle popolazioni indigene, per “raddrizzarle”. Dallo “Starlights tours” alla sistematica violenza sulle donne native.
Massimo Bonato on 14/04/2016 - 17:14 in Diritti, MondoD

Polizia del Quebec sotto inchiesta. Violenze e abusi sulle popolazioni indigene, per “raddrizzarle”. Dallo “Starlights tours” alla violenza sulle donne native.

PC_160323_o66qj_coiteux-registre_sn635Ormai non si può più nascondere. Il ministro della Sicurezza pubblica della Provincia del Quebec, Martin Coiteux, ha definito «estremamente gravi, preoccupanti e inaccettabili» i fatti che la rubrica Enquête di Radio Canada ha mandato in onda in questi mesi.

Iniziata come una puntata comune, dal novembre 2015 le testimonianze si sono moltiplicate a vista d’occhio.

«Io gliel’ho detto che non mi toccassero. Ma in quel momento mi misero le mani nei pantaloni. L’agente mi disse “Posso toccarti come voglio!”», questa una delle tante testimonianze arrivate in Radio Canada che hanno sollevato un vero scandalo per la polizia della provincia canadese.

Molte sono le donne native che attraverso la radio stanno cominciando a raccontare le proprie disavventure con la polizia provinciale. E che vadano molto oltre al solo “toccare” sono in diverse a confermarlo. Si parla di stupro. Stupro di guerra. E la guerra è etnica, anche nel verde Canada.

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Ora il ministero non può tacere, non può nascondere, insabbiare, come è stato per decenni. Ricorrono i nomi di Val-d’Or, Maniwaki, Sept-Îles, Schefferville in cui le donne parlano, e raccontano di abusi sessuali, intimidazioni, violenze. Ne parlano a Radio Canada, in diretta. Hanno rotto il silenzio. Un silenzio mantenuto dalla polizia per decenni nonostante le denunce. Insabbiate.

Isabelle Parent, docente della Università di Montreal e ispettrice dei servizi di polizia del Quebec parla di una “legge del silenzio” osservata tanto dalle vittime quanto dai carnefici. Tanto dalle donne delle riserve indiane quanto dalla polizia e dal ministero della Sicurezza pubblica.

Al momento, il ministro della Sicurezza pubblica del Quebec, Martin Coiteux, si dice costernato dal venire a conoscenza di tale realtà, promettendo di esaminare il caso, e con esso anche che tipo di formazione abbiano gli agenti posti in servizio in quella regione. «Nessuna», secondo l’antropologo Serge Bouchard. Gli agenti di polizia inviati nelle regioni più marginali del Canada non sanno assolutamente nulla delle culture indigene. Vi sono inviati i funzionari più alti in grado risultati con il punteggio minore, proni a tutti i pregiudizi culturali che nessuno ha cercato di correggere in loro. Una storia di razzismo puro dunque.

«Non sanno niente – dichiara – già, normalmente, se sei giovane ti mandano in un posto qualsiasi, distante. Arrivi a Ville Marie, a Temiscamingue e lì ti metti a lavorare e non ci sono che indigeni in giro. “E chi sono questi?” “Da dove arrivano?” A me queste persone fanno paura» dice Bouchard.

Così, capita che trovino un indigeno, gli chiedano i documenti, e tanto “per metterlo a posto” gli facciano fare il “Giro delle stelle” (Starlights tours). Gli danno un passaggio fino alla riserva ma passano oltre, cambiano strada, e lo lasciano in mezzo al nulla, di notte, a 50° sotto zero. Così, tanto per fare. Tanto per avere tre morti sulla coscienza, quali furono tra il 1990 e il 2000 e i cui nomi saltano fuori ora.

Nel giugno del 2007, agenti di polizia del Quebec di stanza a Maniwaki fermarono Carolyn Henry e una sua amica offrendosi di accompagnarle al loro accampamento. Ma anziché prendere la strada conosciuta proseguirono lasciandole nel nulla della pianura nella notte fonda.

La chiamano “Cura geografica”. Una sorta di salvaguardia giuridica del territorio: Carolyn Henry dovette rifare quattro volte la denuncia, tre andarono perse. E sono molte le donne che non presentano denuncia per il solo timore di non essere credute. Tanto peggio è se si tratta di aggressioni sessuali vere e proprie: «A chi vuoi che credano? A una aborigena o alla polizia?»

E ci sono i pregiudizi, il senso di superiorità e il razzismo, lo spirito di corpo, la inevitabile deturpazione dell’immagine della Polizia che fa tacere anche chi sarebbe disposto a parlare.

«La mia prima reazione è stata di prendere una decisione – dice Jean O’Bomsawin, ufficiale di polizia in pensione – Si stanno mettendo d’accordo per insabbiare agi occhi del mondo il caso».

E i casi possono essere insabbiati in un numero infinito di passaggi procedurali nella giurisprudenza, durante un’inchiesta, dice Isabelle Parent che pure ha deciso di rompere il silenzio e fare chiarezza.

Da canto suo, il pensionato Jean O’Bomsawin con oltre 30 anni di servizio nella polizia, mette ora la sua esperienza a disposizione della magistratura: «Se c’è bisogno di un’inchiesta seria e solida per trovare i responsabili, siano essi della polizia o no, se queste persone hanno commesso tali reati devono essere processate e condannate».

Il ministero non può più tacere.

Fonte: Radio Canada International
Immagini: Radio Canada

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