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Ayotzinapa. Genitori e compagni dei 43 desaparecidos assaltano la caserma di fanteria di Iguala. L’esercito sa, ma non parla.

Il segnale Gps di uno dei 43 desaparecidos conduce dritti alla caserma di fanteria divenuta ormai meta delle manifestazioni. Ma l’esercito tace e reprime.
Massimo Bonato on 14/01/2015 - 21:52 in Resistenze

di Massimo Bonato

Un gruppo di manifestanti, tra cui si trovavano una ventina di genitori dei 43 desaparecidos di Ayotzinapa ha assaltato domenica 11 gennaio, la caserma del 27° Battaglione di Fanteria di Iguala, Stato di Guerrero. “Siamo qui per i nostri figli!”, sicuri che l’esercito non possa e non debba sottrarsi alle responsabilità nella scomparsa dei 43 ragazzi avvenuta durante le manifestazioni e gli scontri avvenuti il 27 settembre 2014.

Alla fine della giornata si son contati nove genitori feriti e molta indignazione, dicono i genitori dei 43 desaparecidos. Inoltre quella stessa sera due genitori sono stati vittime dopo gli scontri di un attacco di cuore e all’indignazione si assomma anche la preoccupazione per loro.

In mattinata i genitori dei 43 desaparecidos, studenti della Normal di Ayotzinapa e membri del Movimiento Popular Guerrerense (MPG) hanno portato la loro protesta ai cancelli delle caserme di fanteria di Acapulco e Iguala. Ma a Iguala la manifestazione si è trasformata presto in duri scontri con i militari.

“Siamo andati a prendere i nostri figli con le nostre stesse mani” ha raccontato Mario César a «SinEmbargo», “perché siamo sicuri che li abbiano i militari”. Ma nel momento in cui gli studenti della scuola Normal hanno tentato di aprire i cancelli della caserma sono intervenute le forze dell’ordine a formare un cordone per impedire l’ingresso. Allora, è stato riferito, i manifestanti si sono serviti di un camion per abbattere il cancello, penetrare nella caserma e lanciare sassi contro i militari.

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“Se hanno le armi, non ci interessa, quello che ci interessa è la vita dei nostri figli. Dal momento che la Procura non ha tempo per noi, abbiamo deciso di andare a controllare da soli, anche se continuiamo a subire la loro repressione”, ha detto uno dei genitori.

La condizione di violenza in cui vive il Messico ha addirittura ricevuto attenzioni internazionali, ma a Iguala è anche peggio che nel resto del Paese, perché, assicurano i genitori, l’esercito si sente chiamato in causa a rispodere delle proprie responsabilità e reagisce aggredendo. Le aggressioni a Iguala sono all’ordine del giorno, e la repressione non avviene soltanto più durante le manifestazioni, pacifiche o rabbiose che siano.

Ma la determinazione dei famigliari dei 43 desaparecidos non è cieca disperazione: si basa su prove. Rafael López Catarino, padre Julio César López uno dei ragazzi sequestrati, sa di essere nel giusto quando afferma che l’ultimo segnale captato dal Gps del cellulare di suo figlio porta dritti alla sede del 27° Battaglione di Fanteria di Iguala. Impossibile non sappiano che fine hanno fatto i 43 desaparecidos. Ma a mesi di distanza tutto rimane in silenzio, fuorché la disperazione di famigliari e amici che continuano ad andare là dove cancelli e mura proteggono l’omertà e il delitto.



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